Marco continuava a dire
che era solo stanco

Lo ripeteva spesso. “Secondo me devo solo fermarmi un attimo.” “Forse ho bisogno di staccare.” “Ultimamente dormo male, ma niente di che.”

Era uno di quegli uomini che ridimensionano tutto mentre lo raccontano, anche le cose importanti. Rideva spesso durante il primo incontro, ma quasi sempre subito dopo aver detto qualcosa che, in realtà, tanto leggera non era.

A un certo punto mi ha raccontato che negli ultimi anni aveva cambiato molto: lavoro, abitudini, persone. Eppure si ritrovava sempre nello stesso punto.
Stessa fatica.
Stesso senso di fondo.
Come se qualcosa, dopo un po’, tornasse sempre a chiudersi.
Non parlava di tristezza, almeno non nel modo in cui normalmente le persone la nominano. Era più una specie di esaurimento silenzioso. Come quando tieni una posizione scomoda per troppo tempo e, dopo ore, smetti perfino di accorgerti del dolore.

Durante il lavoro sul corpo mi colpivano soprattutto le mani. Le teneva spesso contratte anche nei momenti in cui il resto sembrava rilassarsi, come se una parte di lui continuasse a restare vigile.
Con alcune persone succede così. Il corpo lascia andare un poco alla volta, mai tutto insieme.
Prima il respiro. Poi la mandibola. Poi le spalle.
E solo molto dopo arriva il resto.
La testa, invece, a volte fatica molto di più.

Nelle prime sedute Marco parlava tantissimo appena il trattamento finiva, quasi senza pause. A volte si alzava dal lettino e iniziava subito a raccontare qualcosa. Il lavoro. Una telefonata. Cose pratiche. Come se il silenzio durasse già abbastanza così.

Poi, lentamente, è cambiato anche quello.

Una sera è rimasto seduto in silenzio per parecchi minuti prima di alzarsi, mentre io riaccendevo le luci una alla volta. Poi ha detto: “Non credo di essere stato davvero tranquillo quasi mai.”

E dopo averlo detto è rimasto zitto.

Dopo alcune sedute la sua vita fuori non era diventata perfetta. C’erano ancora dubbi, giornate pesanti, situazioni aperte. Però aveva iniziato ad accorgersi prima di sé stesso. Di quando stava per adattarsi troppo. Di quanto gli venisse automatico chiedere scusa. Di quanto fosse abituato a rimanere in allerta anche nei momenti tranquilli.

E a forza di viverci dentro, aveva finito per chiamarla normalità.

 

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A volte non ha nome

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