Mi capita di accorgermi che quello che sento non ha un nome preciso: non è un’emozione chiara né qualcosa che riesco davvero a spiegare fino in fondo.
È più una presenza sottile, come un filo che attraversa i pensieri e le giornate senza lasciarsi afferrare del tutto.
Resta lì, in sottofondo. Non si impone con forza, ma nemmeno scompare; accompagna quello che faccio senza chiedere apertamente attenzione, e forse è proprio questa sua discrezione a renderlo difficile da riconoscere con chiarezza.
Da fuori probabilmente non si vede nulla, perché le cose continuano ad andare avanti, gli impegni trovano il loro posto e le parole escono come sempre. Io continuo a stare nei miei ritmi, nei ruoli, nelle relazioni, eppure dentro rimane una sorta di domanda silenziosa che non si concretizza, che resta impalpabile.
A volte si manifesta come una lieve inquietudine, altre come una stanchezza che non è solo fisica ma più diffusa e meno definibile; in certi momenti è semplicemente una distanza sottile, come se una parte di me fosse leggermente più indietro, in attesa di essere raggiunta.
Per molto tempo ho pensato che dovesse esserci per forza una spiegazione, qualcosa da capire, da sistemare, da risolvere o da riallineare, come se ogni sensazione avesse bisogno di essere tradotta immediatamente in qualcosa di chiaro per poter essere accolta davvero.
Con il tempo, però, qualcosa è mutato. Non ho trovato risposte precise, ma ho iniziato a riconoscere quanto fosse automatico cercare di dare un nome a tutto troppo in fretta; da lì si è aperta, quasi senza accorgermene, la possibilità di muovermi in modo diverso.
Restare.
Anche quando non capisco, senza cercare subito di definire o mettere a posto quello che sento.
Anche quando una parte di me vorrebbe solo uscirne in fretta.
Anche quando non so ancora dove tutto questo mi sta portando.
Poco alla volta è diventato qualcosa di possibile, anche se non sempre semplice, perché c’è ancora una parte di me che vorrebbe chiarire tutto, accelerare, mentre un’altra sta imparando a fidarsi di un tempo più lento.
Ho intuito che non tutto arriva per essere spiegato subito e che ci sono parti di me che chiedono prima di tutto spazio, presenza e uno sguardo che non interviene immediatamente per cambiare le cose, che non giudica, non forza e non pretende. Quando riesco a stare lì, anche solo per qualche momento, succede qualcosa di molto concreto: il respiro si fa più ampio, il corpo si ammorbidisce senza che io debba fare qualcosa di particolare, e quello che sento smette di essere un nodo da sciogliere e diventa qualcosa che posso attraversare, senza doverlo trasformare necessariamente in altro.
Non sempre è evidente, non accade tutto insieme, ma è sufficiente per accorgermi che non tutto deve essere risolto per poter essere vissuto, e che anche ciò che non ha ancora un nome può avere comunque un senso, anche se non immediatamente comprensibile.
Forse è qualcosa che succede a molti, in forme diverse. Solo che spesso lo attraversiamo in silenzio, perché è difficile da raccontare o perché temiamo di non essere compresi davvero, e così finiamo per pensare di essere gli unici a vivere qualcosa di così sfuggente.
E invece no.
A volte è sufficiente sapere che esiste uno spazio, dentro o fuori di noi, in cui tutto questo può esserci così com’è, senza dover essere spiegato o corretto. Uno spazio in cui non è necessario arrivare con qualcosa di già chiaro, e in cui anche il non sapere può restare senza essere mandato via.
È lì che, senza costrizione, qualcosa comincia lentamente a spostarsi, a cambiare direzione, non perché siano finalmente arrivate le risposte – almeno non per il momento – ma perché smettiamo di rincorrerle continuamente, di tornarci ogni volta, quasi come fosse una dipendenza sottile.
E in quel lasciare più respiro mi accorgo che qualcosa dentro, semplice e quieto, torna a casa.
Con amore e presenza
Roberta
Immagine: Isabelle Bryer Art
