La prima cosa che noto, quasi sempre, sono le mani.

Anche quando il resto del corpo sembra rilassarsi un poco, le mani continuano a restare in tensione. Appoggiate, ferme, ma come se trattenessero ancora qualcosa.

Succede spesso a chi è abituato ad andare avanti comunque. A chi continua a funzionare, a esserci, a fare quello che deve fare anche quando dentro sente che qualcosa è stanco da molto più tempo.

La Tecnica Metamorfica lavora con un contatto leggerissimo su piedi, mani e testa. Raccontata così sembra quasi niente. E forse è anche per questo che sembra assurdo persino provare a spiegarla davvero.
Non c’è pressione. Non c’è manipolazione. A volte, da fuori, sembra persino che non stia succedendo molto.

E invece qualcosa cambia lentamente modo di stare.

All’inizio la mente continua a correre. Le cose da ricordare. Le conversazioni lasciate aperte. Tutto quello che si tiene insieme durante il giorno senza nemmeno accorgersene più.
Poi, piano, qualcosa perde rigidità.
Non sempre in maniera evidente. A volte è solo il respiro che si abbassa un poco. Le dita delle mani che smettono di contrarsi. La mandibola che si allenta. La faccia che cambia espressione senza che la persona se ne renda conto.

Non serve raccontare tutto. Ci sono cose che restano nel corpo, nel modo in cui reagisci, nelle situazioni che si ripetono. E alcune sembrano lì da molto prima di noi.
A volte passiamo anni a chiamare carattere ciò che, all’inizio, era solo un modo per resistere.

Durante il trattamento c’è sempre silenzio. Non riesco a ricordare che sia stato mai diverso. Un silenzio pieno, però. Come quando, per un po’, le parole smettono di occupare tutto.
Detta così sembra una contraddizione.

Poi piano la seduta finisce. Ti rialzi lentamente, resti ancora qualche minuto lì, come quando ci si sveglia da un sonno leggero e serve un poco per tornare del tutto presenti. E spesso, in quel momento, sembra non sia successo quasi niente.
Eppure, insieme, resta anche la sensazione opposta.
È qualcosa di inspiegabile e seducente, allo stesso tempo.

Poi passano giorni.

Avviene una delle solite cose. Una telefonata, una discussione, qualcosa di famigliare da sempre.
E ti rendi conto che non è cambiato quello che è successo, ma il modo in cui ti attraversa.
Magari te ne accorgi una mattina qualsiasi, mentre fai colazione o guidi verso il lavoro. In una situazione che conosci bene.

Solo che, questa volta, un semaforo è solo un semaforo. E la pioggia, quella mattina, non ti cade addosso. È compagnia.

 

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