Non scrivo per convincere.

Scrivo per fare spazio.

Le persone non arrivano nel mio studio perché hanno bisogno di una risposta in più.
Arrivano perché, spesso, non trovano un luogo in cui le loro domande possano esistere senza essere corrette, ridimensionate o spiegate troppo in fretta.

Per questo i miei testi non iniziano quasi mai da una tecnica. Iniziano da un’osservazione.
Da qualcosa che ho visto, ascoltato o pensato. Da una frase che, anche letta da sola, racconti già una parte del mio modo di guardare il mondo.

Non mi interessa insegnare. Mi interessa accompagnare.
Non cerco di dimostrare che una disciplina funziona.
Cerco di mostrare come cambia lo sguardo quando una persona smette di sentirsi un problema e torna a sentirsi una storia.

Scrivo con calma. Le frasi respirano. I paragrafi hanno un ritmo naturale. Le immagini arrivano solo quando servono davvero.

Evito di ripetere la stessa parola a distanza di poche righe, soprattutto se è una parola importante come corpo, anima, ascolto, equilibrio o percorso. Quando una parola è davvero significativa, preferisco che ricompaia solo quando può acquistare un significato nuovo.

Le domande fanno parte della mia scrittura. Non servono a creare suspense, servono ad aprire possibilità.
Non cercano una risposta immediata, invitano chi legge a fermarsi.

Quando parlo del corpo non lo tratto mai come una macchina da riparare.
Non è un avversario, non è un errore, non è un insieme di sintomi.
È una presenza viva che attraversa la storia di una persona insieme ai suoi legami, alle sue emozioni e ai suoi tempi.

Anche quando introduco la riflessologia, i trattamenti, la psicogenealogia, la lettura dei nomi, la tarologia o altri strumenti del mio lavoro, non parto mai dalla tecnica. Arrivo alla tecnica solo dopo che il lettore ha incontrato la persona.

Perché il centro non è ciò che faccio.

È chi ho davanti.

Non scrivo per offrire interpretazioni. Scrivo per aiutare le persone a guardare la propria esperienza da un punto di vista nuovo.

Credo che ogni essere umano custodisca una storia che merita di essere guardata con rispetto, curiosità e delicatezza. Per questo non cerco spiegazioni semplici né risposte valide per tutti. Mi interessa osservare ciò che rende unica una persona: il modo in cui abita il proprio nome, il proprio corpo, la propria storia, i propri legami.

Non amo gli articoli che insegnano. Preferisco quelli che fanno nascere una riflessione.

Non amo le conclusioni che spiegano tutto. Preferisco quelle che lasciano una finestra aperta. Una frase che continui a lavorare dentro chi legge anche dopo aver chiuso la pagina.

Se i miei testi lasciano una domanda in più e una certezza in meno, credo di aver raggiunto il mio scopo.

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