Ieri, 25 agosto 2026, è morta Dolly Parton.

E da ieri continuo a pensare a una cosa che probabilmente sembrerà piccola, insignificante.

Dolly c’era.

Non importa che negli ultimi anni non ascoltassi la sua musica con la stessa frequenza di un tempo o che non facesse più film come quelli attraverso i quali l’avevo conosciuta e amata. C’era.

Se passava un suo vecchio successo, quella voce apparteneva a una donna che era ancora qui, terrena, da qualche parte nello stesso mondo in cui vivevo io. Era diventata una presenza costante e, proprio per questo, quasi scontata.

Oggi quella sensazione è cambiata. Le canzoni rimangono, i film rimangono. Rimangono Jolene, I Will Always Love You, 9 to 5, Fiori d’acciaio e tutto ciò che Dolly Parton ha creato in ottant’anni di vita. Ma non arriverà più qualcosa di nuovo dentro cui lei avrà messo un altro frammento di sé.

Ed è forse questa la cosa che faccio un po’ fatica ad accogliere. Perché ci sono persone che non abbiamo mai conosciuto e che tuttavia finiscono per abitare una parte della nostra storia. Dolly, per me, è stata una di loro.

Io Dolly l’ho incontrata per caso

Ero una ragazzina che amava la musica. Dolly apparteneva alla generazione precedente alla mia: era già una donna adulta, un’artista affermata, con una storia e una carriera alle spalle.

Nessuno me l’aveva fatta conoscere. Non apparteneva alla musica della mia famiglia e non era qualcosa che avevo ricevuto da qualcuno. La scoprii per caso, come accade con certe musiche, certi libri o certi film che entrano nella nostra vita quasi accidentalmente e solo molto tempo dopo ci rendiamo conto di quanto ci siano rimasti dentro.

Con Dolly successe così. Mi rimase la sua voce, naturalmente. Mi rimase il country, un genere che ancora oggi mi risuona profondamente, pur non essendo certo l’unica musica che amo. Poi arrivarono i film, i suoi personaggi, quelle atmosfere che avevano la capacità di farmi stare bene.

Ma soprattutto mi piaceva lei. Quella combinazione che ancora oggi trovo difficile spiegare: una donna enormemente determinata e allo stesso tempo capace di trasmettere semplicità; un successo straordinario senza il bisogno di prendere le distanze dal luogo dal quale proveniva; un personaggio volutamente esagerato dietro al quale continuavo a percepire qualcosa di autentico.

Oggi, occupandomi di storie familiari, guardo Dolly anche in un altro modo. E quando provo a risalire lungo il suo albero genealogico, alcune cose che ho sempre amato di lei sembrano acquistare una profondità diversa.

Prima di Dolly: le Smoky Mountains

Dolly Rebecca Parton nasce il 19 gennaio 1946 a Locust Ridge, nel Tennessee, quarta dei dodici figli di Robert Lee Parton e Avie Lee Owens.

La famiglia vive in condizioni di grande povertà. Robert lavora la terra e svolge diversi lavori per mantenere una famiglia che continua a crescere; Avie avrà undici gravidanze nell’arco di circa vent’anni, una delle quali gemellare. A soli 35 anni ha già dato alla luce tutti e dodici i figli.

Quando si racconta l’infanzia di Dolly si parla spesso delle sue “umili origini”. È un’espressione che continuo a non amare. Preferisco parlare di origini povere, materialmente difficili, perché la povertà descrive una condizione economica, non il valore delle persone che la vivono.

E in casa Parton, accanto alla mancanza materiale, c’era moltissimo altro: musica, racconti, fede, lavoro, fratelli e sorelle, capacità di arrangiarsi e una fortissima appartenenza a quel territorio. Ma se vogliamo comprendere qualcosa in più di Dolly, dobbiamo fare ancora un passo indietro.

La linea materna: prima della madre c’erano già musica e racconto

Avie Lee Owens, la madre di Dolly, cantava antiche ballate e raccontava storie ai figli. Dolly ha ricordato più volte quanto la madre abbia influenzato la sua capacità di raccontare attraverso le canzoni.

Ma la musica non comincia con Avie. Il padre di Avie, Jake Robert Owens, nonno materno di Dolly, era un predicatore pentecostale. La religione occupava un posto importante nella famiglia e la musica era strettamente intrecciata a quel mondo. Anche altri membri della famiglia Owens suonavano e cantavano; anni dopo sarà proprio Bill Owens, fratello di Avie e quindi zio materno di Dolly, ad accompagnare concretamente la giovanissima nipote nei primi passi della carriera musicale.

Questo cambia leggermente la prospettiva. Non abbiamo semplicemente una bambina con un talento straordinario comparso dal nulla. Abbiamo una linea familiare nella quale voce, musica, fede e racconto erano già presenti.

Il nonno predica e la musica accompagna la fede; sua figlia Avie canta e racconta ai propri bambini; una delle sue figlie, Dolly, comincia molto presto a comporre canzoni. E quelle canzoni, una generazione dopo l’altra, escono dalle montagne e arrivano dall’altra parte del mondo. Fino a una ragazzina italiana che un giorno, per caso, le ascolta.

Questa è una delle ragioni per cui trovo riduttivo pensare alla psicogenealogia soltanto come ricerca del trauma. Da un albero non arrivano soltanto ferite. Arrivano capacità, vocazioni, linguaggi, immaginazione, modi di sopravvivere e modi di raccontare ciò che si è vissuto.

Qualche volta il compito di una generazione non sembra essere quello di interrompere qualcosa, ma di portarlo più lontano.

Un nome che viene da prima

C’è poi un dettaglio che, occupandomi del significato e della trasmissione dei nomi, non posso ignorare. Dolly non si chiama soltanto Dolly. Il suo nome completo è Dolly Rebecca Parton.

Rebecca appartiene alla linea familiare materna: nelle ricostruzioni genealogiche della famiglia compare infatti una sua antenata, Rebecca Dunn Whitted. Il secondo nome di Dolly conserva quindi la traccia di una donna venuta prima di lei.

Non significa che un nome determini un destino. Ma i nomi sono uno dei modi più antichi attraverso cui una famiglia conserva memoria. A volte sappiamo perfettamente perché un bambino ha ricevuto un determinato nome; altre volte la ragione si perde, mentre il nome continua a viaggiare. Una persona nasce e porta già con sé una parola che qualcuno, prima di lei, ha portato.

Nel caso di Dolly questo mi colpisce particolarmente perché una donna che sarebbe diventata riconoscibile in tutto il mondo attraverso un nome quasi trasformato in marchio — Dolly — conservava dentro quel nome pubblico anche una piccola traccia genealogica: Rebecca.

La linea paterna: lavoro, povertà e una ferita trasformata

Dall’altra parte dell’albero troviamo Robert Lee Parton. Il padre di Dolly era cresciuto in una famiglia rurale povera, aveva lasciato molto presto la scuola per lavorare e non aveva imparato a leggere e scrivere.

Dolly non ne parlava come di un uomo poco intelligente. Al contrario: lo descriveva come un lavoratore instancabile, concreto e dotato di un notevole senso degli affari. Qui compare una frattura interessante: capacità e istruzione non hanno potuto incontrarsi. Robert possedeva capacità, ma la condizione familiare nella quale era nato gli aveva sottratto la possibilità di studiare.

Molti anni dopo sua figlia avrebbe trasformato proprio questo limite in uno dei progetti più importanti della propria vita. Nel 1995 Dolly crea la Imagination Library, inizialmente destinata ai bambini della contea nella quale era cresciuta: ogni mese, dalla nascita fino ai cinque anni, ogni bambino avrebbe ricevuto a proprio nome un libro. A prescindere dalla situazione famigliare. Ogni bambino.
Il progetto nasce esplicitamente anche in onore di suo padre e dalla consapevolezza di ciò che l’analfabetismo aveva significato nella sua vita.
Un’iniziativa che si estenderà, poi, a macchia d’olio e che ancora è attiva, milioni i libri distribuiti ad oggi.

Robert ne era orgogliosissimo. Dolly raccontava che il padre amava particolarmente il fatto che i bambini la chiamassero “Book Lady”, la Signora dei Libri.

Qui non abbiamo bisogno di inventare alcuna interpretazione. La sequenza è già davanti a noi: un bambino nasce in una famiglia povera, deve lavorare e non può istruirsi. Diventa padre e una delle sue figlie diventa una delle donne più famose d’America. Quella figlia utilizza parte della propria ricchezza e notorietà perché altri bambini possano ricevere gratuitamente dei libri.

In psicogenealogia si parla molto di ciò che viene ripetuto, ma esiste anche ciò che viene trasformato. Non possiamo tornare indietro e dare al bambino Robert i libri che non ha avuto. Possiamo però fare qualcosa affinché la sua storia non debba necessariamente ripetersi nei bambini che vengono dopo.

Trovo difficile immaginare un esempio più concreto di trasformazione di un’eredità familiare.

Dodici figli, e un bambino che rimane solo quattro giorni

La fratria Parton era enorme: Willadeene, David, Denver, Dolly, Bobby, Stella, Cassie, Randy, Larry, i gemelli Floyd e Frieda, Rachel.

Ma uno di quei dodici bambini rimase nella famiglia per pochissimo tempo. Larry Gerald Parton nasce il 6 luglio 1955 e muore quattro giorni dopo. Dolly ha nove anni.

E qui c’è un particolare ancora più delicato. Dolly ha raccontato che nella grande famiglia Parton i bambini più grandi venivano responsabilizzati verso quelli più piccoli e che Larry era stato affidato in particolare alle sue cure. Lei lo definì il suo bambino e ricordò quanto profondamente quella morte l’avesse segnata.

Questo è un elemento che, in una lettura psicogenealogica, merita attenzione. Non perché possiamo stabilire a distanza che cosa abbia “provocato” nella vita adulta di Dolly. Non possiamo.

Ma possiamo porre una domanda: che traccia lascia in una bambina di nove anni sentirsi affidare un neonato, percepirlo quasi come proprio e perderlo dopo quattro giorni? E che rapporto può instaurarsi, da quel momento, tra accudimento, maternità, amore e perdita?

Non abbiamo una risposta. Abbiamo però un fatto biografico importante che appartiene alla sua storia molto prima che Dolly diventi Dolly Parton.

La quarta di dodici che non diventerà madre

Dolly non ebbe figli. Sarebbe fin troppo facile costruire una linea diretta tra la morte di Larry e questa scelta, e non intendo farlo. La vita reale non funziona come un’equazione psicogenealogica.

Possiamo però osservare il sistema nel quale Dolly era cresciuta: una madre che genera dodici figli in undici gravidanze, una casa nella quale i bambini più grandi partecipano all’accudimento dei più piccoli, Dolly che a nove anni vive la morte del neonato che sentiva affidato a sé e, poi, una vita adulta senza maternità biologica.

La cosa interessante è ciò che Dolly farà della propria capacità di accudire. Lei e Carl aiuteranno anche alcuni dei fratelli più giovani. Nipoti e pronipoti finiranno affettuosamente per chiamarla “Aunt Granny”, qualcosa come “zia-nonna”. E poi arriveranno i bambini dell’Imagination Library: milioni di bambini che Dolly non conoscerà mai personalmente e ai quali continueranno ad arrivare libri.

Non voglio dire che Dolly abbia “sostituito” i figli che non ha avuto con tutto questo. Sarebbe una semplificazione enorme. Mi interessa una cosa diversa: la generatività non coincide necessariamente con la maternità.

Possiamo generare figli, ma possiamo anche generare opere, opportunità, progetti, bellezza, cultura, cambiamenti che continueranno ad agire dopo di noi. Dolly non ebbe figli. Eppure, osservando ciò che ha lasciato, è difficile definirla una donna che non abbia generato.

Il cappotto: trasformare la vergogna in racconto

Una delle canzoni che raccontano meglio il rapporto di Dolly con le proprie origini è Coat of Many Colors. Da bambina ricevette dalla madre un cappotto cucito utilizzando pezzi di stoffa diversi, perché la famiglia non aveva denaro per comprarne uno nuovo.

Avie, mentre cuciva, raccontò alla figlia la storia biblica del mantello di Giuseppe. Dolly andò a scuola orgogliosa del proprio cappotto, ma gli altri bambini la derisero. Anni dopo, quell’episodio diventerà una delle sue canzoni più amate.

Psicogenealogicamente trovo questo passaggio meraviglioso. La madre prende degli scarti di stoffa e ne fa un cappotto; la figlia prende un’esperienza di povertà e umiliazione e ne fa una canzone. È quasi lo stesso gesto compiuto in due linguaggi differenti.

Avie cuce, Dolly scrive. La madre trasforma pezzi di stoffa, la figlia trasforma pezzi di memoria.

Ciò che avrebbe potuto diventare qualcosa da nascondere diventa una storia raccontata al mondo. Forse una delle eredità più forti ricevute da Dolly è stata proprio questa capacità: non cancellare ciò che fa male, ma dargli una forma diversa.

Partire senza rinnegare

Nel 1964, appena terminata la scuola, Dolly parte per Nashville. Ha diciotto anni e vuole diventare una cantante.

Qui c’è uno degli aspetti della sua storia che mi hanno sempre affascinata e che oggi, occupandomi di storie familiari, guardo con occhi ancora diversi: andare oltre la propria famiglia senza doverla rinnegare.

Superare economicamente o socialmente la propria famiglia non è sempre semplice. Guadagnare più dei propri genitori, studiare più di loro, diventare visibili, avere successo o desiderare qualcosa che nessuno prima di noi ha avuto può essere vissuto, anche inconsapevolmente, quasi come un tradimento dell’appartenenza.

Dolly andò lontanissimo. Diventò cantautrice, attrice, produttrice, imprenditrice e una delle artiste più riconoscibili al mondo. Eppure continuarono a esserci Locust Ridge e le montagne, suo padre e sua madre, i fratelli, la casa, il cappotto, la povertà, il Tennessee.

Non sembrava raccontare il proprio successo dicendo: “Guardate quanto sono lontana da loro.” Sembrava piuttosto dire: “Guardate quanto lontano sono riuscita a portare ciò che viene da lì.”

Per me sono due cose profondamente diverse. In termini psicogenealogici potremmo parlare di appartenenza senza immobilità: rimanere parte del proprio sistema familiare senza essere costretti a ripeterne i limiti.

Forse è una delle forme più difficili di libertà.

Dolly, la bambola che apparteneva a se stessa

E poi c’era il personaggio: capelli enormi, trucco, tacchi, unghie lunghissime, strass, forme accentuate, colori. Un’immagine impossibile da confondere con chiunque altro.

Dolly aveva costruito Dolly e lo aveva fatto con una straordinaria dose di ironia, anche verso se stessa. Persino il suo nome sembra giocare con quell’immagine: Dolly. Doll. Bambola.

Eppure la donna che avrebbe potuto essere facilmente ridotta alla propria immagine era tutt’altro che passiva. Scriveva le proprie canzoni, prendeva decisioni, contrattava, proteggeva i propri diritti e gestiva la propria carriera con grande lucidità. La “bambola” apparteneva a se stessa.

Trovo interessante che proprio una donna proveniente da un contesto nel quale il destino sembrava già scritto — povertà, lavoro, famiglia numerosissima, poche possibilità — abbia costruito un’identità pubblica tanto deliberatamente scelta.

Non possiamo scegliere da quale famiglia nascere. Possiamo però, almeno in parte, scegliere che cosa fare di ciò che abbiamo ricevuto.

E poi c’è Jolene

Basterebbe pronunciare un nome: Jolene. Per chi conosce quella canzone probabilmente la musica è già cominciata nella testa.

Una donna si rivolge a un’altra donna bellissima e le chiede di non portarle via l’uomo che ama. Non la insulta e non tenta di diminuirla. Ne riconosce apertamente la bellezza e ammette la propria paura. Dentro una melodia immediatamente riconoscibile c’è qualcosa di tremendamente umano: la vulnerabilità di chi ama e sa di poter perdere.

Ho amato quella canzone, come ho amato molta musica country. Non è certo l’unico genere musicale che amo, ma è uno di quelli che mi risuonano profondamente.

E oggi mi accorgo di una cosa. Il country parla continuamente di casa, madri e padri, partenze e ritorni, amori, perdite, morti, terre d’origine, famiglie. Persone comuni alle quali accadono cose enormi.

Sono gli stessi temi che oggi ritrovo continuamente nel mio lavoro sulle storie familiari. Non voglio costruire a posteriori una spiegazione del perché quella musica mi abbia attirata già da ragazzina. Però una domanda posso permettermela:

forse alcune cose cominciano a parlarci molto prima che sappiamo spiegare perché.

Carl, l’uomo fuori dall’inquadratura

Nel 1966 Dolly sposò Carl Dean. Rimasero insieme fino alla morte di lui, avvenuta il 3 marzo 2025, dopo quasi sessant’anni di matrimonio. Carl scelse una vita quasi completamente lontana dalla notorietà.

Il contrasto è affascinante. Dolly costruisce un’identità pubblica gigantesca, Carl quasi scompare dallo sguardo pubblico. Lei è riconoscibile ovunque, lui protegge ostinatamente uno spazio privato.

Non sappiamo che cosa questo equilibrio abbia rappresentato intimamente per loro, e non abbiamo bisogno di inventarlo. Possiamo però osservare che Dolly sembra essere riuscita a costruire nella vita adulta due appartenenze contemporaneamente: una al mondo, enorme e pubblica, e una privata che per quasi sessant’anni rimase in gran parte sottratta allo sguardo degli altri.

Carl muore circa un anno e mezzo prima di lei. Quando perdiamo qualcuno che ha attraversato accanto a noi quasi sessant’anni, non perdiamo soltanto la persona amata. Se ne va anche uno dei grandi custodi della nostra memoria.

Tre generazioni e un film

Poco tempo fa ho visto Fiori d’acciaio con mia figlia. Dolly interpreta Truvy.

Quel film apparteneva già al mio immaginario, mentre mia figlia è una giovane donna di un’altra generazione. Eppure eravamo lì insieme a guardarlo.

Negli anni le ho fatto conoscere anche le canzoni di Dolly, così come ho condiviso con lei altri artisti che sono stati importanti nella mia vita. Ed è soltanto adesso che mi accorgo di quanto anche questo abbia a che fare con la trasmissione.

Perché non trasmettiamo soltanto ciò che abbiamo ricevuto dalla nostra famiglia. Durante la vita incontriamo persone, libri, musiche, idee, film, luoghi che non appartenevano originariamente alla nostra storia. Li scegliamo, diventano parte di noi e qualche volta, quasi naturalmente, li consegniamo alla generazione successiva.

Io Dolly non l’avevo ereditata. L’avevo scelta.

L’avevo scoperta per caso da ragazzina, quando lei era già una donna adulta e famosa. Da allora la sua musica e il suo mondo mi hanno accompagnata mentre io crescevo e la mia vita cambiava. Poi sono diventata madre e, molti anni dopo, mi sono ritrovata seduta accanto a mia figlia a guardare con lei Fiori d’acciaio.

Dolly non ha mai saputo nulla di noi. Eppure qualcosa è passato.

Dolly. Io. Mia figlia.

Tre generazioni che non appartengono allo stesso albero genealogico e che per un momento vengono unite da un film, da una voce, da una canzone.

Anche questa, per me, è trasmissione.

Non ereditiamo soltanto il dolore

Forse è proprio questo che la storia di Dolly Parton mi fa osservare con maggiore chiarezza. Quando parliamo di psicogenealogia siamo spesso portati a cercare ciò che pesa: traumi, segreti, ripetizioni, esclusioni, lutti, lealtà familiari.

Ma se osservassimo soltanto questo racconteremmo metà della storia.

Nell’albero di Dolly troviamo povertà, mancanza di istruzione, un bambino morto dopo quattro giorni, fatica, rinunce. Ma troviamo anche un nonno che porta musica e fede, una madre che canta e racconta, uno zio che riconosce il talento di una nipote e la aiuta, un padre che trasmette lavoro e concretezza.

Poi arriva Dolly e qualcosa continua, mentre qualcos’altro cambia. La musica ricevuta diventa musica scritta; le storie ascoltate diventano canzoni; la povertà diventa memoria invece che vergogna; l’impossibilità del padre di studiare diventa libri regalati ai bambini; le montagne dalle quali partire diventano un luogo al quale continuare ad appartenere.

Forse è questo il punto che più mi interessa quando osservo un albero genealogico. Non soltanto “Che cosa mi hanno lasciato?”, ma anche “Che cosa farò io di ciò che mi hanno lasciato?”

Perché siamo eredi, certamente. Ma siamo anche un passaggio.

Dolly c’era

Ed eccomi di nuovo alla frase dalla quale ero partita.

Dolly c’era.

Era diventata una di quelle presenze che sembrano appartenere naturalmente al mondo. Non dovevo ascoltarla ogni giorno e non dovevo sapere continuamente cosa stesse facendo. Sapevo che c’era.

Se passava un suo vecchio successo, la donna che lo aveva cantato esisteva ancora da qualche parte. Se rivedevo un film, quella Dolly apparteneva al passato, certo, ma Dolly apparteneva ancora anche al presente.

Continuerò ad ascoltare Jolene. Continuerò ad amare i suoi film. Probabilmente rivedrò ancora Fiori d’acciaio, forse ancora con mia figlia. E magari un giorno lei sentirà una canzone di Dolly e, insieme a Dolly, penserà anche un po’ a sua madre.

È così che certe eredità continuano a viaggiare. Ma non voglio raccontarmi che sia la stessa cosa. Non lo è.

Perché non ci sarà più una nuova canzone dentro la quale Dolly avrà messo qualcosa della donna che nel frattempo era diventata. Non ci sarà un’altra interpretazione, un’altra battuta, un’altra apparizione, un altro pezzetto di lei che ancora non conoscevamo.

Ed è questo che oggi mi manca già terribilmente. Non soltanto l’artista. Mi manca sapere che Dolly Parton era ancora qui, terrena, insieme a noi.

Dolly aveva ricevuto una storia. Non l’ha semplicemente ripetuta. Ne ha conservato alcune parti, ne ha trasformate altre e ne ha create di nuove.

E forse è proprio questo che facciamo tutti, anche se su una scala infinitamente più piccola. Riceviamo qualcosa da chi è venuto prima e lo portiamo per un tratto. A volte lo ripetiamo, a volte lo interrompiamo, a volte riusciamo a trasformarlo. Poi, consapevolmente o meno, consegniamo qualcosa a chi viene dopo.

Una madre farà ascoltare una canzone a sua figlia. Un vecchio film verrà guardato insieme molti anni dopo la sua uscita. E magari basterà sentire pronunciare un nome perché tutto torni improvvisamente presente.

Jolene.

E una storia continuerà a viaggiare.

Guardando la tua storia familiare, sai riconoscere non soltanto ciò che ti ha ferito, ma anche ciò che di prezioso è arrivato fino a te?

E che cosa, di ciò che hai ricevuto o scelto durante la tua vita, vorresti trasformare e lasciare a chi viene dopo?

Con amore e presenza,
Roberta

Articolo precedente
James Dean: il bambino dietro il ribelle

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.
Devi accettare i termini per procedere