A volte sappiamo abbastanza bene che cosa vorremmo. Vorremmo cambiare lavoro, lasciare una relazione che non ci somiglia più, trasferirci altrove, guadagnare di più, avere maggiore autonomia, smettere di essere sempre disponibili, iniziare finalmente qualcosa che continuiamo a rimandare. Non necessariamente abbiamo tutto chiaro nei minimi dettagli, ma una direzione c’è.

Eppure non ci muoviamo.

È una situazione più comune di quanto sembri e spesso viene raccontata in modo piuttosto semplice: voglio cambiare ma non ci riesco perché ho paura, perché resisto al cambiamento, perché preferisco la mia comfort zone. Può certamente essere così. Ma non sempre basta.

Negli anni ho imparato a diffidare un po’ delle spiegazioni che funzionano per tutti. Soprattutto quando riguardano scelte importanti. Dire a una persona che deve soltanto trovare il coraggio di cambiare può sembrare incoraggiante, ma la vita reale è fatta anche di legami, responsabilità, conseguenze, tempi e contraddizioni. E qualche volta, insieme a tutto questo, ci sono resistenze che vale la pena guardare un po’ meglio.

A volte sappiamo benissimo cosa vorremmo

Sentirsi bloccati nella vita non significa necessariamente non sapere dove andare. Possiamo desiderare qualcosa e contemporaneamente non riuscire a sceglierlo. Ci pensiamo magari per mesi, immaginiamo come sarebbe, sappiamo persino quali passi dovremmo compiere e continuiamo a rimandarli.

La domanda allora cambia. Non è più soltanto che cosa voglio?, ma che cosa accadrebbe se lo facessi davvero?

È una domanda meno innocua di quanto sembri.

Quando immaginiamo un cambiamento tendiamo naturalmente a pensare a ciò che potrebbe darci: maggiore libertà, soddisfazione, serenità, indipendenza. Molto meno spontaneamente pensiamo a ciò che potrebbe modificare, mettere in discussione o farci lasciare.

E non sto parlando soltanto di paura.

Volere qualcosa significa anche essere disposti a perdere qualcosa

Ogni scelta importante apre una possibilità e ne chiude altre. È inevitabile.

Cambiare lavoro può significare lasciare una sicurezza costruita negli anni. Dire finalmente un no può voler dire scoprire che qualcuno quel no non lo gradisce affatto. Terminare una relazione significa separarsi da una persona, ma anche da abitudini, progetti, relazioni condivise e da una parte dell’identità che abbiamo costruito dentro quella storia. Guadagnare molto più di prima può modificare il modo in cui ci percepiamo e, qualche volta, anche alcuni equilibri nelle relazioni.

Questo non significa che dietro ogni esitazione si nasconda necessariamente una paura inconscia. Significa semplicemente che vale la pena guardare il cambiamento per intero.

C’è poi un’altra distinzione che considero importante. Non tutto ciò che ci trattiene è un blocco interiore.

Esistono responsabilità reali, condizioni economiche, persone delle quali ci occupiamo, situazioni familiari, tempi nei quali una determinata scelta avrebbe un costo che in quel momento non siamo disposti o non siamo nelle condizioni di sostenere. Ridurre tutto a una “resistenza al cambiamento” sarebbe piuttosto comodo, ma anche poco rispettoso della complessità delle vite delle persone.

Allo stesso tempo, però, una ragione concreta e una resistenza possono convivere. Non dobbiamo per forza scegliere quale delle due sia quella vera. Possiamo avere un ottimo motivo per aspettare e, insieme, scoprire che una parte di noi è anche molto sollevata dal fatto di non dover ancora affrontare quel cambiamento.

Ed è qui che le cose diventano interessanti.

Quando quello che vuoi incontra ciò che ci si aspetta da te

Le nostre scelte non avvengono nel vuoto. Viviamo dentro relazioni nelle quali, nel tempo, abbiamo occupato un posto.

Possiamo essere la persona affidabile, quella che non crea problemi, quella che tiene insieme tutti, quella che ce la fa sempre da sola, quella disponibile, quella responsabile, la persona che c’è, il partner che sostiene, quella sulla quale tutti sanno di poter contare.

Sono ruoli che non necessariamente qualcuno ci ha assegnato dicendocelo apertamente. A volte si costruiscono poco alla volta, attraverso la vita, le relazioni e il modo in cui abbiamo imparato a stare con gli altri.

Quando cambiare modifica anche il nostro ruolo

Un cambiamento personale può avere conseguenze che vanno ben oltre il cambiamento stesso.

Se comincio a dire no, qualcuno potrebbe arrabbiarsi. Smettendo di occuparmi sempre di tutti, qualcuno dovrà fare ciò che prima facevo io. Una strada diversa potrebbe deludere una persona importante. Diventare economicamente molto più autonoma, autonomo, potrebbe modificare alcuni equilibri. E se smetto di essere la persona che sono sempre stata per gli altri, dovrò anche scoprire chi sono quando non occupo più quel ruolo.

Per questo una domanda che trovo interessante è:

Se domani fossi davvero libera, libero di fare ciò che vuoi, chi avresti paura di deludere?

Non è detto che ci sia qualcuno. Ma se un nome, un volto o persino un’intera famiglia arrivano immediatamente alla mente, forse vale la pena fermarsi un momento lì.

Il posto che occupiamo nella nostra storia familiare

È a questo punto che, nel mio lavoro, lo sguardo può allargarsi alla storia familiare.

La psicogenealogia offre una lente interessante per osservare non soltanto ciò che è accaduto nell’albero genealogico, ma anche i ruoli, le aspettative, le ripetizioni, i modi di intendere il successo, il denaro, la libertà, il sacrificio, la separazione, l’autonomia.

Che cosa significava, nella mia famiglia, scegliere per sé? Chi poteva farlo e chi no? Che cosa accadeva a chi prendeva una strada diversa? Quali persone si sacrificavano maggiormente? Come veniva guardato chi aveva successo, chi guadagnava molto, chi se ne andava, chi rompeva una consuetudine?

Non sono domande alle quali dobbiamo trovare per forza una risposta sorprendente. E soprattutto l’albero genealogico non è una macchina nella quale inseriamo un problema per far uscire l’antenato responsabile. Mi interessa molto di più osservare se la storia familiare può aiutarci a comprendere il significato che una determinata scelta assume per noi.

In questo sguardo può trovare posto anche il tema delle lealtà familiari invisibili: legami di appartenenza che possono portarci, senza una decisione consapevole, a rimanere fedeli a valori, ruoli o modalità di vita presenti nella nostra storia.

A volte la questione potrebbe allora non essere soltanto posso riuscirci?, ma anche: posso permettermi di avere ciò che altri nella mia famiglia non hanno avuto? E se stessi meglio? Se mi sentissi riuscita, riuscito dove qualcuno ha fallito? Potrei andarmene se altri sono rimasti? Potrei scegliere una vita diversa senza sentire di tradire qualcuno?

Non significa che ogni difficoltà nel cambiare nasconda una lealtà genealogica. Sarebbe una conclusione troppo facile. Ma quando quella sensazione esiste — quando fare un passo verso di sé assomiglia stranamente a fare un passo lontano dai propri — credo meriti di essere osservata.

Essere diversi senza sentirsi fuori posto

Appartenenza e autonomia non sono sempre alleate perfette.

Possiamo desiderare di diventare qualcosa che nella nostra famiglia non abbiamo mai visto. Vivere diversamente, avere un rapporto diverso con il denaro, costruire relazioni differenti, non sacrificare ciò che altri hanno sacrificato, scegliere una professione inconsueta, andarcene oppure semplicemente smettere di rispondere alle aspettative che abbiamo respirato per anni.

E magari nessuno ci impedisce concretamente di farlo.

Eppure qualcosa dentro di noi potrebbe domandarsi: se divento così diversa, diverso, appartengo ancora?

Non è una domanda razionale nel senso stretto del termine. Possiamo amare profondamente la nostra famiglia e fare scelte completamente differenti dalle sue. Sappiamo magari che nessuno ci caccerà di casa perché guadagniamo più di nostro padre o perché viviamo diversamente da nostra madre. Eppure il senso di appartenenza non passa soltanto attraverso ciò che sappiamo razionalmente.

Per questo credo sia utile non avere troppa fretta di eliminare un blocco prima ancora di averlo ascoltato.

Forse non devi ancora decidere. Prima prova a vedere cosa ti trattiene

Capire perché non riusciamo a cambiare non significa necessariamente arrivare alla conclusione che dobbiamo farlo immediatamente.

Anche aspettare può essere una scelta.

Anche decidere non ora può esserlo.

La differenza sta, almeno in parte, nel capire se stiamo scegliendo consapevolmente di attendere oppure se da anni chiamiamo “momento sbagliato” tutto ciò che ci spaventa abbastanza da non volerlo affrontare.

Non sempre è semplice distinguere le due cose.

Possiamo però cominciare osservando il cambiamento che desideriamo senza obbligarci immediatamente a realizzarlo. Non soltanto chiedendoci che cosa ci darebbe, ma anche che cosa comporterebbe. Che cosa perderemmo? Che cosa cambierebbe nelle nostre relazioni? Chi potrebbe non approvare? Quale ruolo dovremmo lasciare? Che cosa della nostra storia continuerebbe ad accompagnarci?

E poi c’è una domanda altrettanto importante: che cosa posso muovere adesso?

Non realizzare oggi quel grande cambiamento non significa necessariamente rassegnarsi e restare immobili. Possiamo preparare condizioni diverse, recuperare spazio, modificare una relazione, costruire maggiore autonomia, sperimentare qualcosa di nuovo. Nel frattempo alcune condizioni potrebbero cambiare. Oppure potrebbe cambiare il nostro modo di guardare la situazione e farci vedere una possibilità che prima non avevamo nemmeno considerato.

A volte arriveremo esattamente dove pensavamo di voler andare. Altre volte no.

E magari, nel frattempo, saremo cambiati abbastanza da desiderare qualcosa di diverso.

Il difficile, allora, non è sempre sapere cosa vuoi.

Qualche volta è riuscire a vedere tutto ciò che quel desiderio porta con sé. E da lì scegliere — anche scegliere di aspettare — sapendo un po’ meglio perché.

Quando lo sguardo si allarga alla storia familiare

Nel mio lavoro utilizzo la psicogenealogia per esplorare anche ciò che può emergere osservando l’albero genealogico: ruoli, ripetizioni, aspettative, appartenenze e lealtà familiari. Non per trovare nell’albero una spiegazione pronta per ogni difficoltà, ma per aggiungere una prospettiva e comprendere meglio ciò che stiamo vivendo oggi.

Se senti che alcune delle domande attraversate in questo articolo riguardano anche la tua storia, puoi approfondire il mio modo di lavorare nella sezione dedicata alle consulenze e ai percorsi individuali.

Ogni storia familiare contiene molto più di ciò che ricordiamo. A volte contiene anche domande che nessuno aveva ancora pensato di fare.

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