La perdita della madre, la distanza dal padre e una vita vissuta come se il tempo dovesse finire troppo presto.
✧ Prima dell’automobile, ci fu un treno.
James Dean aveva nove anni quando lasciò la California per tornare in Indiana. Con lui viaggiava anche il corpo della madre, morta di cancro a soli ventinove anni.
Quel viaggio non lo stava conducendo soltanto verso un funerale. Lo portava lontano dalla casa nella quale era cresciuto, dalla presenza quotidiana del padre e dalla vita che aveva conosciuto fino a quel momento.
In pochi giorni James perse la madre e cambiò famiglia, casa, paesaggio e appartenenza.
Molti anni dopo sarebbe diventato il simbolo del ragazzo inquieto, ribelle e incapace di fermarsi. Ma forse, prima ancora di essere il giovane che correva verso qualcosa, James Dean fu il bambino che venne improvvisamente portato via da tutto ciò che conosceva.
✧ Il bambino prima del mito
James Byron Dean nacque l’8 febbraio 1931 a Marion, nello Stato dell’Indiana. Era l’unico figlio di Winton Dean e Mildred Marie Wilson.
Quando aveva circa cinque anni, la famiglia si trasferì in California per il lavoro del padre, odontotecnico. Fu soprattutto la madre ad accompagnare James verso il mondo dell’arte, incoraggiandolo a disegnare, suonare e recitare.
Il loro rapporto viene descritto come particolarmente profondo. Mildred sembra aver riconosciuto molto presto la sensibilità del figlio, offrendogli uno spazio nel quale potesse esprimerla senza doverla nascondere.
Nel 1940 Mildred si ammalò e morì.
James aveva nove anni.
Dopo la sua morte, tornò in Indiana e venne affidato alla zia paterna Ortense Dean Winslow e al marito Marcus Winslow, che vivevano in una fattoria nei pressi di Fairmount. Il padre rimase in California.
È importante non trasformare automaticamente questa decisione in un semplice rifiuto paterno. Winton si trovava in difficoltà anche per le conseguenze economiche della malattia della moglie e successivamente sarebbe stato chiamato alle armi. Non possiamo conoscere interamente le motivazioni e i sentimenti che accompagnarono quella scelta.
Possiamo però osservare ciò che accadde dal punto di vista del bambino: nel momento in cui perse la madre, James venne separato anche dal padre e al lutto si aggiunse uno sradicamento.
✧ Perdere una persona e perdere un mondo
Quando muore una persona fondamentale durante l’infanzia, non si perde soltanto chi non c’è più. Possono venire meno anche le abitudini, i luoghi, le sicurezze, i ruoli familiari e l’immagine del futuro costruita fino a quel momento.
Nel caso di James Dean, questa frattura fu particolarmente netta.
Perse la madre, lasciò la California, cambiò casa e venne accolto da un altro nucleo familiare. Non rimase senza affetto: Marcus e Ortense Winslow gli offrirono una casa stabile e un legame destinato a durare nel tempo. James arrivò a chiamare Ortense “mamma”.
Questa nuova appartenenza, tuttavia, non cancellava quella precedente.
È possibile essere amati nella famiglia che ci accoglie e continuare, nello stesso tempo, a portare dentro la perdita della famiglia dalla quale proveniamo. Le due realtà non si escludono.
Il bambino può adattarsi, affezionarsi, crescere e trovare nuove radici. Ma una parte di lui può continuare a interrogarsi su ciò che è accaduto e sul motivo per cui la sua vita sia stata improvvisamente spezzata in un prima e in un dopo.
Sappiamo che questa domanda rimase viva in James perché fu lui stesso a scriverlo.
Nel 1948, a diciassette anni, raccontò in un breve testo autobiografico che la morte della madre continuava a tormentare la sua mente e che non ne aveva mai compreso veramente la ragione. La perdita era avvenuta otto anni prima, ma non aveva ancora trovato dentro di lui una spiegazione capace di contenerla.
✧ Il padre rimasto lontano
Il rapporto con il padre non si interruppe completamente, ma la distanza aperta dopo la morte di Mildred non sembra essersi mai ricomposta del tutto.
Quando James terminò gli studi, si trasferì nuovamente in California e inizialmente seguì il desiderio paterno iscrivendosi a giurisprudenza. Ben presto, però, abbandonò quel percorso per dedicarsi alla recitazione.
Non fu soltanto una scelta professionale, ma rappresentó anche l’affermazione di una direzione personale che il padre non comprendeva né sosteneva pienamente.
Nelle biografie di James Dean ricorre spesso l’immagine di un figlio che desidera essere riconosciuto da un padre incapace di avvicinarsi realmente al suo mondo. Sarebbe scorretto ridurre l’intera relazione a un padre cattivo e a un figlio rifiutato: le storie familiari sono quasi sempre più complesse.
Resta però un dato evidente: James perse la madre con la quale condivideva la propria sensibilità artistica e crebbe lontano dal padre dal quale avrebbe desiderato ricevere approvazione.
Tra queste due figure sembra aprirsi uno spazio che ritroveremo, sorprendentemente, anche nei personaggi da lui interpretati.
✧ La vita che ritorna nella recitazione
In La valle dell’Eden, James Dean interpreta Cal Trask, un ragazzo convinto che la madre sia morta. In seguito scopre non soltanto che è ancora viva, ma che la verità sulla sua esistenza gli è stata nascosta.
Cal vive all’ombra del fratello Aron, considerato buono, giusto e meritevole dell’amore paterno. Lui, invece, teme di portare dentro qualcosa di sbagliato. Cerca continuamente uno sguardo che gli dica di essere degno di appartenere alla famiglia.
Quando tenta di offrire al padre il denaro guadagnato per aiutarlo, il dono viene rifiutato.
Nella scena più dolorosa del film, Cal non reagisce semplicemente con rabbia. Si aggrappa fisicamente al padre, come se volesse costringerlo ad accoglierlo.
Il gesto non era stato previsto in quel modo. James Dean sorprese Raymond Massey abbracciandolo disperatamente e il regista Elia Kazan decise di conservare la reazione nella versione definitiva.
Non possiamo sapere quanto, in quel preciso momento, appartenesse a Cal e quanto appartenesse a James. Possiamo però osservare la straordinaria corrispondenza tra la storia del personaggio e quella dell’attore:
– una madre perduta o creduta morta;
– una verità familiare difficile da sostenere;
– un padre emotivamente distante;
– il confronto con un modello ritenuto migliore;
– il timore di essere il figlio sbagliato;
– il bisogno di essere finalmente visto e riconosciuto.
James non si limitava a rappresentare Cal. Sembrava conoscere dall’interno la sua fame d’amore.
Anche in Gioventù bruciata interpreta un ragazzo smarrito dentro una famiglia che non riesce a offrirgli una presenza autorevole e rassicurante. Jim Stark cerca un padre capace di indicargli una direzione e una madre con la quale non debba combattere continuamente.
James Dean divenne così il volto di una generazione inquieta. Eppure i suoi personaggi non chiedevano soltanto libertà.
Chiedevano appartenenza.
Dietro la ribellione sembrava risuonare una domanda molto più antica:
Mi vedi? Mi riconosci? C’è ancora un posto per me?
✧ Recitare per dare una forma a ciò che manca
In una lettura psicogenealogica, la professione non è necessariamente una conseguenza diretta della storia familiare. Può però diventare il luogo nel quale alcuni vissuti trovano espressione, trasformazione o riparazione simbolica.
James Dean aveva perso la persona che per prima aveva riconosciuto il suo talento. Scegliendo la recitazione, continuò in qualche modo il cammino che la madre aveva aperto per lui.
Ogni personaggio poteva offrirgli la possibilità di tornare dentro un conflitto conosciuto e, almeno per la durata di una scena, dargli parole, gesti e un volto.
Nella vita reale non sempre possiamo rivivere ciò che è accaduto né ottenere dalle persone ciò che allora ci è mancato. Nel teatro e nel cinema, invece, una scena può essere ripetuta. Il dolore può diventare gesto. La mancanza può trasformarsi in presenza scenica.
Il figlio può finalmente gridare al padre.
Può abbracciarlo.
Può mostrargli il proprio dolore.
Può obbligarlo, almeno per qualche istante, a guardarlo.
Da questo punto di vista, recitare non significa fingere. Può significare prestare il proprio corpo a qualcosa che, fino a quel momento, non era riuscito a trovare una forma.
In fondo, sembra proprio una forma di costellazione familiare. Non trovi?
✧ La corsa
James Dean amava le motociclette e le automobili. Partecipò anche a competizioni automobilistiche, ottenendo risultati promettenti.
Ridurre questa passione a un comportamento autodistruttivo sarebbe semplicistico. La velocità poteva rappresentare entusiasmo, abilità, controllo, libertà e desiderio di superare i propri limiti.
Ma, nella lettura simbolica della sua storia, è difficile non notare un movimento ricorrente.
James era stato portato via dalla sua prima vita senza poter decidere. Da adulto sembrava invece cercare mezzi che gli permettessero di scegliere la direzione, stabilire il ritmo e tenere le mani sul volante.
La velocità accorcia le distanze. Non lascia molto spazio al pensiero. Costringe a rimanere nel presente e, per qualche istante, può far tacere ciò che continua a inseguirci.
Non sappiamo che cosa provasse James mentre correva e non sarebbe corretto trasformare un simbolo in una diagnosi. Possiamo però domandarci se, nella sua storia, il movimento fosse soltanto una corsa verso qualcosa o anche un modo per non essere nuovamente raggiunto dalla perdita.
✧ Una vita vissuta in anticipo
La carriera cinematografica di James Dean fu brevissima.
Recitò da protagonista soltanto in tre film: La valle dell’Eden, Gioventù bruciata e Il gigante. Quando morì, il 30 settembre 1955, soltanto il primo era già arrivato nelle sale. Gli altri due sarebbero usciti dopo la sua morte.
Quel giorno James stava guidando la sua Porsche 550 Spyder verso Salinas, dove avrebbe dovuto partecipare a una gara. Nei pressi di Cholame, in California, la sua automobile si scontrò con un’altra vettura che stava effettuando una svolta. James morì a ventiquattro anni.
La sua morte trasformò rapidamente il giovane attore in un mito.
Il pubblico non ebbe il tempo di vederlo invecchiare, cambiare, sbagliare o diventare diverso dall’immagine che aveva lasciato sullo schermo. James Dean rimase per sempre il ragazzo inquieto, bello, vulnerabile e ribelle.
La morte fermò il suo corpo, ma amplificò il personaggio.
A un anno dall’incidente, la sua popolarità era diventata persino maggiore di quella raggiunta quando era vivo. Il ragazzo reale scomparve dietro un’immagine destinata a non invecchiare mai.
✧ Il figlio che continuò a cercare casa
Forse la storia di James Dean non parla soltanto di ribellione, velocità o morte precoce.
Parla di un bambino che perse improvvisamente il proprio centro e dovette imparare ad appartenere a un’altra casa.
Parla di un figlio che ricevette affetto dagli zii, ma continuò a portare dentro l’assenza della madre e la distanza dal padre.
Parla di un giovane che scelse proprio il mestiere che sua madre aveva saputo riconoscere e incoraggiare.
E parla di un attore che divenne indimenticabile interpretando figli incapaci di sentirsi pienamente accolti.
James Dean non ebbe il tempo di conoscere il futuro al quale stava andando incontro. Nei suoi personaggi, però, lasciò impressa una domanda che non appartiene soltanto a lui.
Che cosa accade quando perdiamo troppo presto il luogo, la persona o lo sguardo attraverso cui avevamo imparato a riconoscerci?
Forse trascorriamo una parte della vita cercando una nuova appartenenza.
Forse tentiamo di essere visti da chi non riuscì a vederci.
Oppure trasformiamo quella mancanza in qualcosa che gli altri possano finalmente guardare.
James Dean lo fece attraverso il proprio volto, il corpo, i silenzi e la recitazione.
Prima dell’automobile, ci fu un treno.
E forse la sua corsa cominciò proprio lì.
✧ Una domanda da portare con te
Nella tua famiglia c’è qualcuno che, dopo una morte o una separazione, ha dovuto cambiare casa, famiglia o luogo di appartenenza?
C’è stato un bambino accolto e amato da altri parenti, ma del cui dolore originario si è parlato poco?
Oppure una persona che, attraverso il proprio mestiere, il talento o le passioni, sembra aver continuato qualcosa iniziato da chi non c’era più?
A volte non ereditiamo soltanto le storie vissute dai nostri antenati.
Ereditiamo anche le loro partenze, le case lasciate, gli abbracci mancati e il bisogno di trovare un luogo nel quale poter dire, finalmente: qui appartengo.
