Brandon Lee nasce a Oakland il 1° febbraio 1965. Suo nonno paterno, Lee Hoi-chuen, muore pochi giorni dopo.

Quando per la prima volta ho messo in fila le date che trovavo nelle biografie della famiglia Lee, il cuore mi ha fatto un tonfo.

1, 4, 7 febbraio.

Il 1° nasce Brandon, il 4 è indicato da diverse fonti come giorno di nascita di Lee Hoi-chuen e il 7 come giorno della sua morte. Una coincidenza non dimostra un destino e non voglio farle dire ciò che non può dire, ma occupandomi di psicogenealogia una sequenza del genere attira inevitabilmente la mia attenzione.

E qui devo trattenermi, perché se apro anche la porta dei Tarocchi non ne usciamo più. 1, 4 e 7 sono il Mago, l’Imperatore e il Carro: il Mago, la maestria, la capacità di governare gli elementi e portare qualcosa nella materia; l’Imperatore, il principio paterno, la struttura, la linea maschile; il Carro, il movimento, la direzione, il passaggio. Potrei intrattenervi parecchio su questa sequenza e, credetemi, la tentazione è forte. Ma per ora ve lo risparmio. O quasi.

Naturalmente sono andata a controllare meglio e la sequenza perfetta ha smesso di essere così perfetta: le fonti non concordano sulla data della morte di Lee Hoi-chuen. Alcune riportano il 7 febbraio, mentre l’Hong Kong Film Archive indica l’8. Confesso che per un attimo ho pensato: bene, così mi avete sistemato il Carro.

Poi ho guardato l’8. La Forza.

E ho smesso di lamentarmi.

Nel sistema Rider-Waite-Smith l’8 è una donna davanti a un leone. Non lo combatte, non lo ferisce, non cerca di annientarlo: tiene le mani sulle sue fauci e governa quella forza senza distruggerla. Sopra la sua testa compare inoltre lo stesso simbolo dell’infinito che troviamo nel Mago.

A quel punto la cosa si è fatta persino più interessante. Quelle immagini, infatti, sarebbero tornate più avanti nella storia di Brandon. Soprattutto la Forza, accanto a un altro simbolo: il Drago, il nome con cui era conosciuto suo padre Bruce.

La vicinanza tra la nascita di Brandon e la morte del nonno mi aveva fatto pensare a una vita che se ne va mentre ne arriva un’altra. Poi la sensazione è cambiata e ho cominciato a vederci una sorta di rinascita simbolica. Quando ho scoperto chi era Lee Hoi-chuen, la cosa è diventata ancora più interessante.

Il nonno di Brandon era un interprete dell’opera cantonese e attore cinematografico: tra il 1939 e il 1961 partecipò a più di cento film. Suo figlio Bruce crebbe in quell’ambiente e recitò fin da bambino, molto prima di diventare l’uomo che avrebbe portato le arti marziali cinesi sugli schermi di tutto il mondo.

Brandon nasce a pochissimi giorni dalla morte del nonno e, crescendo, vuole fare l’attore. Siamo abituati a leggere la sua storia partendo da Bruce, ma basta arretrare di una generazione e la prospettiva cambia. La scena, il corpo e la recitazione erano già lì: Lee Hoi-chuen attore, Bruce artista marziale e attore, Brandon attore. Qualcosa continua e, passando dall’uno all’altro, cambia forma.

Crescere con Bruce Lee

Bruce muore il 20 luglio 1973 a soli 32 anni. Brandon ne ha otto, sua sorella Shannon quattro. Alla perdita del padre si aggiunge per lui un paradosso difficile da immaginare: mentre Bruce non c’era più nella sua vita quotidiana, Bruce Lee diventava sempre più presente nella vita di tutti gli altri.

I film continuavano a circolare, la fama cresceva e l’uomo diventava leggenda. Bruce non avrebbe avuto il tempo di invecchiare, di diventare magari meno invincibile agli occhi del mondo. Sarebbe rimasto per sempre Bruce Lee, mentre suo figlio doveva ancora crescere e capire chi voleva diventare.

Brandon voleva recitare fin da bambino. Metteva in scena spettacoli e arrivò persino a trascrivere episodi di The Twilight Zone per poterli dirigere a scuola. Le arti marziali facevano inevitabilmente parte della sua eredità familiare, ma lui considerava la recitazione la propria strada: Bruce era stato prima di tutto un artista marziale e poi un attore, mentre Brandon aveva dedicato la maggior parte del proprio tempo alla recitazione.

Quando si parlò della possibilità che interpretasse Bruce in Dragon: The Bruce Lee Story, Brandon non volle farlo. Trovava strano mettersi nei panni di suo padre, soprattutto pensando di dover rappresentare sullo schermo anche la relazione tra i propri genitori.

Eppure, più leggevo di Brandon, meno vedevo un figlio impegnato a prendere le distanze dal padre. Bruce era presente nella sua casa, nelle grandi fotografie che teneva alle pareti e in quello che aveva imparato da lui. Brandon sapeva anche che essere figlio di Bruce Lee gli aveva aperto alcune porte, insieme al peso delle aspettative che quel cognome portava con sé.

È stato proprio questo a colpirmi. Nel lavoro sull’albero genealogico parliamo spesso di differenziazione e a volte rischiamo di confonderla con il rifiuto.

C’è una frase di Bert Hellinger che mi è tornata in mente mentre lavoravo alla storia di Brandon:

«I tesori più preziosi vengono custoditi dal drago più terribile. Per raggiungere i tesori, bisogna andare dal drago… e baciarlo.»

Bruce Lee era il Piccolo Drago. Uno dei nomi con cui era conosciuto, Siu-lung, significa proprio questo.

Lavorare sul proprio albero significa anche fare i conti con ciò che abbiamo ricevuto. Possiamo amare profondamente chi ci ha preceduti oppure avere con loro storie difficili, persino dolorose. Onorarli non vuol dire giustificare tutto ciò che hanno fatto o continuare ad accettare comportamenti che ci fanno male. Vuol dire riconoscere che appartengono alla nostra storia. E vivere facendo sistematicamente il contrario dei nostri genitori o dei nostri antenati non ci rende necessariamente liberi: se costruisco la mia vita in opposizione alla tua, in qualche modo sei ancora tu a indicarmi la direzione.

Brandon poteva amare Bruce, riconoscere ciò che aveva ricevuto da lui e contemporaneamente scegliere la propria strada. Pensando a questo mi è venuta una frase:

Non voglio liberarmi di mio padre. Voglio liberarmi dall’obbligo di essere mio padre.

È mia, non di Brandon. È quello che la sua storia ha fatto nascere in me.

Il Drago non doveva essere ucciso. Poteva essere baciato. Ed ecco tornare anche la donna dell’8, con le mani sulle fauci del leone senza bisogno di ucciderlo. Il leone e il Drago sono immagini molto diverse, eppure qui finiscono per portarmi nello stesso punto: la forza può essere anche riuscire a stare davanti a ciò che è potente senza esserne divorati e senza doverlo annientare.

Poi c’è un’altra parola che attraversa la famiglia Lee: kung fu. In Occidente la usiamo quasi come sinonimo di arte marziale, ma gongfu ha un significato più ampio e indica anche un’abilità acquisita attraverso tempo, esercizio e lavoro. Torna quindi la maestria, la stessa parola che avevo incontrato nel Mago sulla data di nascita di Brandon.

Guardando le tre generazioni dei Lee mi è venuto da pensare a un possibile mandato familiare molto più interessante del semplice “combatti”:

Diventa maestro di ciò che fai.

Lee Hoi-chuen attraverso il teatro e il cinema, Bruce attraverso il corpo, le arti marziali, la recitazione e il pensiero. Brandon porta quell’eredità nel luogo che sente maggiormente suo: la recitazione. E forse qui la maestria diventa qualcosa di ancora più difficile: riuscire a essere se stesso.

La virgola e il Corvo

Brandon aveva trovato un modo decisamente più ironico per raccontare il problema: una virgola.

Joely Fisher, anche lei figlia di personaggi famosi, raccontò dopo la sua morte che Brandon scherzava sul fatto che entrambi avessero sempre una virgola dopo il proprio nome. Subito dopo arrivava la spiegazione di chi fossero i loro genitori.

Brandon Lee, figlio di Bruce Lee.

Quando ho letto questa storia ho pensato che avesse trovato in un segno di punteggiatura minuscolo il modo più preciso per raccontare una parte enorme della propria vita. Non credo volesse cancellare quello che veniva dopo la virgola. Voleva che ciò che veniva prima potesse finalmente bastare.

E poi arrivò Il Corvo.

Quando vidi il film, la prima cosa che mi colpì fu l’atmosfera. Ricordo quella sensazione di passare continuamente da qualcosa di luminoso a qualcosa di cupo, e ricordo Brandon. Era indubbiamente bellissimo, ma c’era qualcosa di particolare nella sua bellezza che ancora oggi faccio fatica a spiegare. Mi succede qualcosa di simile con Keanu Reeves: non è questione di occhi, lineamenti o proporzioni. È l’insieme. Una bellezza inusuale, quasi non terrena.

Poi mi addentrai nel film e quella prima impressione lasciò spazio a qualcosa di molto più forte.

Brandon non recitava Eric Draven. Brandon era Eric.

È ciò che ricordo di aver sentito guardandolo, non una lettura costruita dopo sapendo ciò che sarebbe accaduto sul set. Non pensavo a Bruce Lee e, a un certo punto, non pensavo nemmeno più a Brandon Lee che interpretava un personaggio. Vedevo Eric.

Ripensandoci oggi, credo che Il Corvo avesse già fatto ciò che Brandon cercava da anni: gli aveva permesso di essere riconoscibile senza passare da Bruce. Il Drago apparteneva a suo padre. Brandon aveva trovato il Corvo.

Anche il corvo è simbolicamente una creatura particolare. Compare in tradizioni diverse legato alla morte e alla trasformazione, alla memoria, alla conoscenza e al passaggio tra mondi. Quello che mi colpisce è che il Corvo abbia dato a Brandon un’immagine soltanto sua. Poteva essere altro da suo padre senza rinnegarlo.

Il corpo, la morte, ciò che resta

Il 31 marzo 1993 Brandon stava girando una scena nella quale Eric Draven doveva essere colpito. Un proiettile rimasto accidentalmente nella canna di un revolver utilizzato sul set venne espulso dalla successiva cartuccia a salve e lo colpì all’addome. Brandon morì dopo il ricovero e un lungo intervento chirurgico. Aveva 28 anni.

Le indagini ricostruirono una concatenazione di errori nella gestione dell’arma e non emersero elementi che facessero pensare a un atto intenzionale. Una pistola che doveva rappresentare una morte aveva provocato una morte reale, mentre Brandon interpretava un uomo che nella storia muore e ritorna dal mondo dei morti.

Qui sarebbe facilissimo lasciarsi trascinare dalle coincidenze e preferisco fermarmi ai fatti. C’è però un contrasto simbolico che continuo a trovare impressionante: il kung fu è tempo, disciplina, controllo, maestria del corpo. La pistola porta la forza fuori dal corpo. Lee Hoi-chuen aveva usato il corpo sulla scena, Bruce ne aveva fatto un linguaggio conosciuto in tutto il mondo e Brandon stava mettendo quella stessa eredità al servizio della propria recitazione. Muore attraverso una forza esterna al corpo, mentre fa proprio il mestiere che aveva scelto.

Un albero genealogico può mostrarci corrispondenze, anniversari, ripetizioni, fedeltà e trasformazioni. Non credo possa dirci perché una persona muore. C’è un momento in cui bisogna avere abbastanza rispetto per fermarsi.

Brandon avrebbe dovuto sposare Eliza Hutton poche settimane dopo. Aveva davanti una carriera che finalmente stava prendendo la forma desiderata e una nuova famiglia da costruire. The Crow uscì nel 1994.

All’inizio, lavorando alla sua storia, avevo pensato che fosse stata la morte a separare definitivamente Brandon dall’immagine di Bruce. Poi ho cambiato idea: Brandon ci era già riuscito da vivo, trovando una strada che gli apparteneva.

La tragedia gli impedì di scoprire fin dove avrebbe potuto portarla, ma il film rimase. E allora torno alla famosa virgola.

Muore il Brandon con la virgola. Resta Brandon Lee.

È forse questo che alla fine mi rimane maggiormente della loro storia: possiamo appartenere senza ripetere, prendere ciò che arriva dal nostro albero senza esserne una copia, riconoscere i nostri genitori e i nostri antenati senza passare la vita a combatterli per dimostrare di essere diversi.

Bruce e Brandon oggi riposano uno accanto all’altro a Seattle. Ed è un’immagine che, dopo aver attraversato tutta questa storia, trovo perfetta: non dietro, non al posto di. Accanto.

Il Drago resta il Drago e il Corvo resta il Corvo. Forse il tesoro custodito dal drago di cui parlava Hellinger è anche questo: prendere ciò che viene da chi ci ha preceduti e farne qualcosa di nostro.

Diventa maestro di ciò che fai.

Fino ad arrivare alla maestria più difficile: essere te stesso.

Articolo precedente
Diana, semplicemente
Articolo successivo
Maria Callas, prima della Divina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.
Devi accettare i termini per procedere