Ci sono personaggi che appartengono alla storia e altri che, senza che ce ne rendiamo conto, finiscono per appartenere anche un po’ alla nostra.

Lady Diana per me è una di quelle persone.

Ricordo perfettamente il 31 agosto 1997. Ricordo la notizia, l’incredulità, quella sensazione stranissima che si prova quando muore qualcuno che non abbiamo mai conosciuto e che tuttavia ci sembra di conoscere da sempre. Diana aveva attraversato gli anni Ottanta e Novanta entrando nelle nostre case attraverso fotografie, giornali, televisione. L’avevamo vista giovanissima, quasi impacciata, poi principessa, moglie, madre, donna ferita, donna ribelle. E infine donna che sembrava cercare, forse per la prima volta, una vita davvero sua.

Aveva trentasei anni.

Oggi torno alla storia di Lady Diana attraverso la psicogenealogia, non per cercare una spiegazione alla sua vita. Sarebbe presuntuoso, oltre che impossibile. Mi interessa piuttosto osservare alcune risonanze della sua storia familiare. Perché dietro la principessa più fotografata del mondo c’era una bambina nata dentro una famiglia che portava già con sé aspettative, perdite, separazioni e un rapporto tutt’altro che semplice con l’appartenenza.

Prima di Diana c’era un bambino

Diana Frances Spencer nacque il 1° luglio 1961 a Park House, nella tenuta di Sandringham. Era la quarta figlia di John Spencer e Frances Roche.

Ma prima di lei c’era stato un altro bambino.

John Spencer nacque il 12 gennaio 1960 e morì poche ore dopo.

La famiglia Spencer desiderava fortemente un erede maschio. Dopo la morte del piccolo John, la pressione perché arrivasse un figlio maschio non scomparve. Diana nacque circa diciotto mesi dopo, ancora femmina. L’erede sarebbe arrivato nel 1964, con Charles.

Non possiamo sapere che cosa abbia significato emotivamente per Diana nascere dopo quel lutto e non sarebbe corretto attribuirle automaticamente il ruolo di “figlia sostitutiva” sulla base della sola cronologia. Ma possiamo farci una domanda: che cosa significa nascere in una famiglia mentre è ancora presente l’assenza di un bambino che avrebbe dovuto occupare un posto preciso?

In psicogenealogia anche gli assenti possono avere un peso: bambini morti molto presto, gravidanze interrotte, fratelli di cui si parla poco, persone scomparse prima che qualcuno dei discendenti potesse conoscerle. Non perché esista una legge misteriosa secondo cui un destino debba ripetersi, ma perché una perdita modifica gli equilibri, le aspettative e le paure di una famiglia.

Diana arrivò dopo John.

E arrivò femmina in una famiglia che aspettava un maschio.

È difficile non fermarsi almeno un momento davanti a questo.

Essere desiderati per ciò che si è

Quando raccontiamo Diana adulta siamo inevitabilmente attratti dal matrimonio con Carlo, dalla monarchia, dai fotografi, dalla solitudine dentro Kensington Palace.

Ma molto prima del principe c’era stata una bambina che poteva aver percepito, direttamente o indirettamente, che la famiglia stava aspettando qualcosa di diverso da lei.

Questo non significa che non fosse amata. Si può amare profondamente un figlio e contemporaneamente portare aspettative, delusioni o ferite che quel figlio percepisce senza riuscire a comprenderle.

Ed è qui che la storia di Diana smette per un momento di essere quella di una principessa.

Quante persone crescono con la sensazione di dover diventare qualcosa per meritare pienamente il proprio posto? Il figlio brillante. Quello affidabile. Quella che non crea problemi. Quello che continua il lavoro del padre. Quella che si prende cura di tutti.

A volte nessuno pronuncia queste frasi.

Eppure il bambino le impara lo stesso.

Una famiglia che si spezza

Quando Diana aveva sei anni, il matrimonio dei suoi genitori entrò definitivamente in crisi. Frances lasciò il marito e seguì una durissima battaglia per la custodia dei figli, che rimase al padre.

Diana avrebbe raccontato negli anni successivi il dolore di quell’esperienza e il senso di abbandono vissuto durante l’infanzia.

Ma c’è un altro passaggio familiare particolarmente interessante. Ruth Roche, madre di Frances e nonna materna di Diana, durante la separazione testimoniò a favore del genero nella causa per l’affidamento dei nipoti.

Una madre che, nel momento forse più doloroso della vita della propria figlia, prende posizione dalla parte del marito di lei.

Non sappiamo cosa accadesse davvero nell’intimità di quelle relazioni e sarebbe scorretto distribuire colpe a distanza di decenni. Nell’albero, però, rimane una frattura evidente tra madri e figlie, tra appartenenza familiare e appartenenza sociale, tra ciò che una donna sente e ciò che il ruolo le chiede di fare.

E poi arriva Diana.

Anche lei entrerà in una struttura nella quale il ruolo avrà un peso enorme. Anche lei vivrà un matrimonio che si spezza. Anche lei si troverà, in forme completamente diverse, davanti al conflitto fra ciò che dovrebbe essere e ciò che sente di essere.

Non è necessario parlare di destino.

A volte basta osservare le risonanze.

Il posto delle donne

Ruth, Frances, Diana.

Tre donne diverse, vissute in epoche diverse e con possibilità diverse. Eppure attorno a loro ritornano alcuni temi: il matrimonio, il giudizio sociale, la separazione, la maternità, l’appartenenza a un ambiente fortemente regolato dalle convenzioni.

È qui che, per me, la psicogenealogia diventa davvero interessante: quando smettiamo di cercare coincidenze spettacolari e iniziamo a osservare i fili più sottili dell’albero genealogico.

Che cosa viene insegnato alle donne di una famiglia? Che cosa possono desiderare? Quanto possono scegliere? Quanto possono deludere le aspettative senza rischiare di perdere il proprio posto?

Sono domande che valgono per gli Spencer.

Ma valgono anche per famiglie infinitamente più comuni.

Le nostre.

Poi arrivò il principe

Diana aveva appena vent’anni quando sposò Carlo il 29 luglio 1981.

Riguardando oggi quelle immagini è quasi impressionante la sua giovinezza. Dentro quell’abito enorme, con milioni di persone che osservavano il matrimonio, c’era una ragazza di vent’anni.

Il resto è storia conosciuta: un matrimonio difficile, sofferenze raccontate pubblicamente dalla stessa Diana, la separazione nel 1992 e il divorzio nel 1996.

Ma c’è qualcosa che mi interessa molto di più.

La bambina che aveva conosciuto la separazione dei genitori diventò una donna che cercò con grande intensità di costruire un rapporto diverso con i propri figli. Diana infranse molti piccoli protocolli reali per William e Harry: li accompagnava a scuola, li portava fuori, li abbracciava pubblicamente e cercava di mostrare loro anche realtà lontanissime dal palazzo.

Forse è proprio qui che la psicogenealogia mostra uno dei suoi aspetti più importanti.

Non siamo soltanto ciò che ripetiamo. Siamo anche ciò che tentiamo di fare diversamente.

Il corpo, il contatto, gli ultimi

Diana possedeva qualcosa che nessun protocollo poteva insegnare.

Toccava le persone.

Nel 1987 venne fotografata mentre stringeva senza guanti la mano a un uomo sieropositivo, in un periodo in cui intorno all’HIV circolavano paura, ignoranza e uno stigma enorme.

Quel gesto contribuì a scalfire un pregiudizio e forse racconta Diana meglio di molte fotografie ufficiali.

Una donna cresciuta in un mondo costruito sulle distanze sociali sembrava cercare continuamente il contatto: con i bambini, con i malati, con le persone escluse, con chi soffriva.

È difficile non vedere il contrasto.

Quando il copione comincia a cambiare

Dopo la separazione e soprattutto dopo il divorzio qualcosa nell’immagine di Diana cambiò.

Non necessariamente tutto divenne più facile. Probabilmente accadde il contrario. Ma cominciò ad apparire una donna meno definita dal ruolo che le era stato assegnato.

Nel giugno 1997 mise all’asta decine dei suoi abiti più famosi destinando il ricavato a organizzazioni benefiche.

Mi è sempre sembrato un gesto fortemente simbolico.

Gli abiti della principessa se ne andavano.

Rimaneva Diana.

Forse è anche per questo che gli ultimi mesi della sua vita continuano ad affascinare tanto. Non perché finalmente fosse diventata una donna completamente libera – sarebbe un’altra favola – ma perché sembrava nel pieno di una trasformazione.

Stava ancora cercando.

E forse è proprio questo che la rende così umana.

Il 31 agosto

Nella notte tra il 30 e il 31 agosto 1997, l’auto sulla quale viaggiava Diana si schiantò nel tunnel dell’Alma a Parigi. Morì poche ore dopo.

Aveva trentasei anni.

Ogni volta che penso a quella notte, prima ancora della principessa penso alla donna. A quanto fosse giovane. A tutto ciò che aveva già attraversato. E a tutto ciò che forse avrebbe ancora potuto diventare.

La sua morte provocò un dolore collettivo difficilmente spiegabile soltanto con la popolarità. Milioni di persone che non l’avevano mai incontrata piansero.

Forse perché dietro la corona avevamo visto qualcosa che conoscevamo.

Il bisogno di essere amati. La paura dell’abbandono. La difficoltà di appartenere senza perdere sé stessi. Il tentativo di diventare finalmente ciò che siamo dopo aver trascorso anni cercando di essere ciò che gli altri si aspettavano.

L’albero non è una condanna

Un albero genealogico non è un oracolo.

Non stabilisce che ripeteremo il matrimonio dei nostri genitori, il dolore dei nostri nonni o le perdite di chi è venuto prima. Racconta piuttosto il terreno nel quale siamo nati: relazioni, silenzi, aspettative, assenze, ruoli, fedeltà e fratture.

La storia di Diana è straordinaria perché straordinario era il mondo nel quale visse. Ma alcuni dei suoi nodi profondi sono sorprendentemente comuni.

Un bambino morto prima della sua nascita. L’attesa di un figlio diverso. La separazione dei genitori. Una madre che se ne va. Una nonna che prende posizione. Il bisogno di costruire una famiglia diversa. Il conflitto tra appartenenza e libertà.

Non serve vivere in un palazzo perché queste cose lascino tracce.

Diana, semplicemente

Forse è questa la parte della sua storia che continua a interessarmi dopo tanti anni.

Non Lady Diana.

Non la principessa del Galles.

Diana.

Una donna che per gran parte della propria vita sembrò cercare un posto nel quale non fosse necessario essere qualcosa per qualcuno.

Figlia. Sorella. Spencer. Principessa. Moglie dell’erede al trono. Madre dei principi. Icona.

E poi, lentamente, semplicemente Diana.

Non sapremo mai dove l’avrebbe portata quella trasformazione. Possiamo però guardare la sua storia senza trasformarla né in santa né in vittima: una donna contraddittoria, fragile, capace di errori, di gesti potentissimi, di rabbia, di bisogno e di coraggio.

Forse continuiamo a parlarne proprio per questo.

Perché sotto una storia assolutamente eccezionale ce n’era una terribilmente comune.

Quella di una persona che cercava di capire quanto della propria vita appartenesse davvero a lei e quanto fosse stato scritto, molto prima, dagli altri.

Ed è una domanda che non appartiene soltanto a Diana.

Prima o poi, appartiene a tutti noi.

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