Segni, sincronicità e quei momenti in cui l’invisibile sembra farsi vedere.
«Ma come fa a volare?»
È stata la prima cosa che ho pensato guardandola da vicino.
Fuori pioveva e una falena era entrata in casa. L’avevo trovata sotto la tenda, al riparo. Quando l’ho spostata con delicatezza si è aggrappata a uno dei pendenti appesi alla finestra, quelli con i cristalli che prendono la luce e la rimandano in piccoli riflessi colorati.
Solo avvicinandomi mi sono accorta di quanto fossero rovinate le sue ali. I bordi erano consumati, in alcuni punti mancavano dei pezzi, qua e là c’erano piccoli buchi. Ali che avevano vissuto, attraversato pioggia e vento, forse urti, fughe, notti e chissà cos’altro. Eppure quella falena era arrivata fino alla mia finestra volando.
E poi c’era quel rosso. Quando apriva le ali compariva improvviso, acceso, quasi nascosto fino a un attimo prima.

Ho aperto leggermente la finestra e l’ho lasciata tranquilla. Non volevo rischiare di danneggiare ancora quelle ali cercando di spostarla; se avesse voluto andarsene, avrebbe trovato la strada aperta.
Avrei potuto dimenticarmene poco dopo. In fondo una falena che entra in casa mentre fuori piove non è un avvenimento particolarmente misterioso: poteva semplicemente avere cercato un posto asciutto. Eppure continuavo a guardarla e ci ho ripensato anche dopo.
C’erano le ali rovinate, il rosso, il contrasto tra la loro fragilità e il fatto che continuassero a portarla in volo; c’era il luogo in cui aveva scelto di fermarsi, tra cristalli, lune e stelle appesi alla mia finestra. E poi c’ero io, naturalmente, nel momento della mia vita in cui quell’incontro era avvenuto.
Non ho pensato subito: è un segno.
Mi sono chiesta perché quella piccola presenza mi fosse rimasta così impressa.
E se non fosse soltanto una coincidenza?
Quando una coincidenza acquista significato
Ci accadono continuamente cose alle quali prestiamo poca attenzione. Incontriamo persone, ascoltiamo parole, incrociamo animali, facciamo sogni che al mattino si dissolvono mentre prepariamo il caffè. Gran parte di tutto questo scivola via insieme al resto della giornata, mentre ogni tanto qualcosa rimane e continua a lavorare dentro di noi.
Non deve essere necessariamente straordinario. Può essere un incontro inatteso, una frase sentita proprio mentre stavamo pensando a qualcosa, un sogno che lascia una sensazione difficile da scrollarsi di dosso, una coincidenza talmente precisa da farci alzare un sopracciglio. O una falena entrata in casa durante un giorno di pioggia.
Quando accade, credo sia facile avere fretta di stabilire che cosa significhi. A me interessa ancora di più ciò che viene prima dell’interpretazione: il momento in cui, fra centinaia di avvenimenti ordinari, proprio quello sembra raggiungerci in maniera diversa.
Nella spiritualità parliamo spesso di segni dell’Universo. Jung parlava di sincronicità a proposito di coincidenze significative tra eventi privi di un rapporto causale, in particolare quando qualcosa che accade nel mondo esterno sembra corrispondere, per significato, a uno stato o a un’esperienza interiore.
Ed è proprio quella dimensione di senso che trovo importante, perché la domanda, a quel punto, non riguarda più soltanto ciò che è accaduto. Riguarda anche noi: perché questo incontro mi ha toccata? Perché proprio adesso?
Quando un segno parla la nostra lingua
Quando cerchiamo il significato spirituale di qualcosa che ci è accaduto, la tentazione di andare immediatamente a cercare una risposta è forte. Vediamo una falena, una piuma, un animale che compare più volte, una sequenza di numeri e nel giro di pochi secondi siamo su Google a chiedere che cosa significhi.
Lo faccio anch’io.
La curiosità fa parte del gioco e conoscere la simbologia legata a un animale, a una pianta o a un’immagine può aprire prospettive alle quali non avevamo pensato. Diventa più limitante quando quella simbologia si trasforma in una specie di vocabolario universale nel quale a ogni apparizione corrisponde una traduzione precisa: falena uguale trasformazione, piuma uguale presenza angelica, corvo uguale messaggio. A quel punto rischiamo di guardare più il dizionario che ciò che ci è realmente accaduto.
La falena porta con sé immagini che sento molto vicine: la notte, la luce, l’invisibile, la trasformazione. Avrei già parecchio materiale simbolico su cui lavorare. Eppure ciò che mi ha colpita maggiormente non l’ho trovato in nessun elenco: erano le sue ali rovinate e bucate, il fatto che riuscisse ancora a volare, quel rosso sorprendente che appariva quando le apriva e il luogo in cui aveva deciso di fermarsi.
Un’altra persona avrebbe potuto guardare la stessa falena e vedere tutt’altro, oppure non sentirsi affatto chiamata in causa dalla sua presenza. Il rapporto con i segni è anche profondamente personale: ciò che incontriamo entra in relazione con la nostra storia, con il momento che stiamo attraversando, con le domande che portiamo e con immagini che magari ci appartengono da molto tempo.
Per questo mi interessa meno sapere che cosa significhi la falena in assoluto e molto di più domandarmi perché quella falena, quel giorno, abbia attirato così profondamente la mia attenzione.
L’invisibile, quando si manifesta, potrebbe non parlare una lingua uguale per tutti. Potrebbe conoscere anche la nostra.
Quando siamo noi a cercare il segno
C’è una differenza, però, tra accorgersi di qualcosa e volerlo necessariamente trovare. Nel primo caso l’incontro ci sorprende mentre stavamo facendo tutt’altro; nel secondo rischiamo di metterci in attesa di una risposta e interrogare qualsiasi cosa accada finché, in qualche modo, riusciamo a ricavarne una.
Capisco bene la tentazione. Nei momenti in cui siamo incerti, abbiamo paura o desideriamo molto qualcosa, sarebbe rassicurante ricevere indicazioni inequivocabili: vai di qua, lascia quella persona, accetta quel lavoro, aspetta ancora. Possibilmente con tanto di timbro dell’Universo, così possiamo risparmiarci anche il fastidio di scegliere.
La spiritualità, almeno per come la vivo io, è molto più misteriosa di così. Un segno può aprire una domanda, riportare alla luce ciò che stavamo trascurando, accompagnare un passaggio o acquistare un senso che comprenderemo soltanto più tardi. Può anche rimanere senza una spiegazione precisa, perché il mistero non perde valore soltanto perché non siamo riusciti a tradurlo.
È anche per questo che diffido delle interpretazioni troppo veloci. Se avessi deciso immediatamente che quella falena rappresentava questo o quello, probabilmente avrei smesso di guardarla davvero. Le ali bucate, il rosso nascosto, la pioggia e il luogo in cui si era fermata sarebbero diventati semplici prove a sostegno di un significato che avevo già scelto.
Alcuni incontri, invece, hanno bisogno di restare con noi per un po’. Altri possono conservare una parte di mistero.
Lasciare una porta aperta
Non so perché quella falena sia arrivata proprio quel giorno alla mia finestra e non sento il bisogno di stabilire una volta per tutte se fosse un segno o che cosa dovesse significare.
Ricordo le ali rovinate e quei piccoli buchi che mi facevano chiedere come riuscisse ancora a volare. Ricordo il rosso che compariva quando le apriva, così vivo rispetto ai colori più discreti che mostrava da ferma. Fuori continuava a piovere e lei era lì, appesa tra lune, stelle e cristalli, con la finestra leggermente aperta per poter ripartire quando voleva.
Può darsi che tra qualche tempo ripensi a quell’incontro e comprenda qualcosa che oggi ancora non vedo. Potrebbe anche rimanere il ricordo di una falena arrivata in casa durante un giorno di pioggia. Le due possibilità, stranamente, non si disturbano affatto.
È una delle cose che amo del mistero: non pretende sempre una risposta.
A volte qualcosa sembra aprire per un istante una piccola fessura nella trama ordinaria delle giornate. Possiamo guardare attraverso quella fessura, sentire che cosa suscita in noi e poi continuare la nostra vita senza avere fretta di richiuderla con una spiegazione.
Lei se ne andrà quando sarà il momento.
Io, intanto, posso lasciare aperta la finestra.
