In ogni lavoro su sé stessi si raggiunge una libertà che non riguarda soltanto la dimensione personale. Prima o poi quella libertà entra anche nella famiglia, nell’ambiente in cui viviamo, nelle amicizie, nel lavoro e nelle nostre relazioni.

Perché cambiare sé stessi significa inevitabilmente cambiare qualcosa anche nel modo in cui stiamo con gli altri.

E qui cominciano le resistenze al cambiamento.

Vi è mai capitato di sentirvi dire da un compagno, una madre, una sorella, un amico o un collega, magari accompagnando la frase con uno sguardo leggermente trasecolato: «Che ti succede?», «Non ti riconosco più»?

A me è capitato. E capita tuttora.

«Sei cambiata.»

«Non sei più quella di una volta.»

Ed è vero. Almeno in parte. Se facciamo un lavoro su noi stessi e dopo anni siamo esattamente quelli di prima, qualche domanda forse dovremmo farcela.

Quando il nostro cambiamento modifica gli equilibri

Il punto è che spesso interpretiamo queste frasi come semplici constatazioni, mentre possono nascondere qualcosa di più complesso. Le persone che ci stanno attorno conoscono una determinata versione di noi. Conoscono ciò che accettiamo e ciò che non accettiamo, quanto siamo disponibili, come reagiamo, quando cediamo, quando diciamo sì anche se vorremmo dire no. Nel tempo, intorno a tutto questo si costruisce un equilibrio.

Non significa necessariamente che qualcuno ci manipoli consapevolmente o voglia impedirci di stare meglio. Molto più semplicemente, ogni relazione sviluppa le proprie abitudini e i propri ruoli. E quando uno dei protagonisti cambia, anche gli altri sono costretti, volenti o nolenti, a riposizionarsi.

Se una persona che ha sempre detto sì comincia a dire qualche no, qualcuno se ne accorgerà. Chi si è sempre giustificato, invece, cambia la conversazione nel momento in cui smette di farlo. E quando chi correva ogni volta che qualcuno aveva bisogno comincia a domandarsi se può, se vuole o se quella richiesta gli appartiene davvero, cambia un’abitudine. Mettere dei confini dove prima non ce n’erano significa anche permettere a qualcuno di scoprire improvvisamente che quel confine esiste.

E può anche darsi che prima, diciamolo, facesse parecchio comodo che non ci fosse.

Quando gli altri vorrebbero che tornassimo come prima

Le persone attorno a noi possono desiderare, sperare, a volte quasi sognare che tutto torni «come prima». Che noi torniamo come prima.

Non sempre lo fanno apertamente. A volte cercano di frenare o scoraggiare qualsiasi volontà di mutare attraverso una battuta, una critica, un dubbio apparentemente innocente. Altre volte ci ricordano quanto eravamo diversi, quasi che la versione precedente di noi fosse necessariamente quella autentica e quella nuova una specie di inspiegabile deviazione.

Ma «come prima» non significa necessariamente «meglio».

Significa, molto spesso, conosciuto.

Ogni cambiamento rimescola le carte e rimette in discussione le abitudini, buone o meno buone che siano. Tocca quell’illusoria stabilità che ci fa sentire al sicuro semplicemente perché sappiamo già come funzionano le cose.

Per questo cambiare può fare paura anche quando sappiamo perfettamente che una situazione non ci soddisfa più.

Ci lamentiamo di un lavoro e rimaniamo lì. Una relazione non ci soddisfa, ma continuiamo a ripetere gli stessi comportamenti. Diciamo di volerci prendere più spazio e poi, quando finalmente potremmo farlo, troviamo dieci ottime ragioni per rimandare.

Domani. Quando avrò più tempo. Appena gli altri capiranno. Quando sarà il momento giusto.

Il problema è che il momento giusto possiede una certa tendenza a non presentarsi con un cartello in mano.

Dietro molte giustificazioni può esserci semplicemente paura: di perdere ciò che conosciamo, di deludere qualcuno, di essere giudicati, di scoprire che una scelta comporta conseguenze che non possiamo controllare.

Le resistenze al cambiamento non appartengono soltanto agli altri

Sarebbe molto comodo pensare che il problema fossero sempre gli altri.

La famiglia che non comprende, il partner che protesta, l’amico che ci preferiva prima, il collega che ci guarda storto.

In realtà, le resistenze al cambiamento appartengono anche a chi sta cambiando.

Possiamo desiderare profondamente qualcosa di nuovo e, nello stesso momento, avere paura di ottenerlo. Rivendichiamo magari la nostra libertà e poi ci sentiamo in colpa quando iniziamo davvero a esercitarla. Mettiamo un confine e subito può comparire la tentazione di toglierlo perché la reazione dell’altra persona ci mette a disagio.

Il conosciuto ha un vantaggio enorme: lo conosciamo.

Anche quando ci fa stare male sappiamo come muoverci al suo interno. Il nuovo, invece, non offre garanzie. Richiede di sperimentare una versione di noi che non abbiamo ancora imparato completamente ad abitare.

Ed è probabilmente questa una delle parti più difficili di qualsiasi percorso di crescita personale: accettare che diventare più liberi non significhi necessariamente sentirsi subito più comodi.

A volte significa proprio il contrario.

Significa attraversare un periodo nel quale il vecchio equilibrio non ci appartiene più e quello nuovo non si è ancora formato. E in quello spazio possono comparire dubbi, sensi di colpa, ripensamenti e la tentazione di tornare indietro.

«Non sei più quella di una volta»

Quando oggi qualcuno mi dice «sei cambiata» oppure «non sei più quella di una volta», non penso necessariamente che sia una critica.

Magari è semplicemente vero.

Ci sono aspetti di quella che ero che riconosco ancora e altri che non mi appartengono più. Alcune cose le ho lasciate andare consapevolmente, altre sono cambiate quasi senza che me ne accorgessi. E sicuramente esistono ancora resistenze che incontro anch’io.

Nessuno escluso.

Credo però che ci sia una differenza importante tra cambiare per diventare qualcun altro e cambiare perché stiamo togliendo, poco alla volta, ciò che non ci corrisponde più.

Il lavoro su sé stessi non dovrebbe costruire una persona perfetta. Non dovrebbe renderci immuni dalla paura, dal dubbio o dalle contraddizioni. Dovrebbe, semmai, permetterci di riconoscere un po’ meglio ciò che facciamo per scelta e ciò che continuiamo a fare soltanto perché «abbiamo sempre fatto così».

E forse la libertà comincia proprio lì.

Non quando nessuno mette più in discussione le nostre scelte. Nemmeno quando tutti approvano il nostro cambiamento o quando smettiamo definitivamente di avere paura.

La libertà comincia forse quando riusciamo a tollerare che qualcuno possa guardarci e dirci:

«Non sei più quella di una volta.»

E noi possiamo fermarci, pensarci un momento e riconoscere che forse, almeno qualche volta, è esattamente ciò che volevamo.

Rimane allora una domanda, probabilmente la più scomoda:

quanto siamo disposti a non tornare quelli di prima soltanto per tranquillizzare chi ci sta intorno?

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