Quando ero piccola e tornavo a casa con un bel voto, oppure mostravo un disegno che avevo fatto, aspettavo la reazione dei miei. Ricordo bene la sensazione: se avevo fatto qualcosa di buono, loro sarebbero stati felici, e la loro felicità faceva stare bene anche me.
Con i voti mia madre prendeva il compito e lo guardava per qualche istante. Non ricordo grandi complimenti, ricordo invece molto bene una frase: «Fai vedere alle tue cugine che sei più brava di loro». E lì la mia gioia cadeva di colpo, letteralmente sotto i miei piedi bambini.
Con i disegni succedeva qualcosa di molto simile: c’era quasi sempre qualcosa che avrei potuto fare meglio, un particolare da correggere, qualcosa che mancava o che non era venuto proprio come avrebbe dovuto. Così, a ciò che avevo fatto bene si affiancava quasi subito ciò che avrei potuto fare ancora meglio.
Lo sguardo degli altri
Oggi so che dentro la contentezza con cui portavo a casa quelle cose c’era già qualcosa di più del semplice orgoglio di averle fatte bene. C’era l’attesa del loro sguardo. Allora non avrei saputo dirlo, ero una bambina, ma ricordo quella sensazione: quello che facevo poteva renderli contenti e questo per me contava moltissimo.
La frase sulle mie cugine aveva poi una storia tutta sua. Erano figlie della famiglia di mio padre e solo molti anni dopo ho capito quanto quel confronto appartenesse anche al rapporto fra mia madre e la famiglia paterna, un rapporto nel quale circolavano sentimenti e tensioni che andavano in entrambe le direzioni. Il mio voto, senza che io potessi saperlo, entrava in qualcosa che esisteva già fra gli adulti. Io ero semplicemente lì, con il mio compito in mano.
C’era anche un altro aspetto, più difficile da raccontare perché riguarda sensazioni lontane e un modo di ragionare che ho assorbito quando ero molto piccola. Quando a scuola qualcosa andava male, i miei potevano arrabbiarsi con me e, nello stesso tempo, con l’insegnante o con qualcun altro. Secondo loro poteva esserci stata una preferenza, un’ingiustizia, oppure quella persona poteva avercela con me. A volte erano impressioni nate da cose che avevano osservato e anch’io vedevo certe differenze: l’insegnante che sembrava preferire una compagna, alcuni genitori più in confidenza di altri, magari il regalino portato a scuola.
Crescendo dentro questo modo di interpretare ciò che succedeva, qualche volta lo usavo anch’io. Se qualcosa era andato male e sentivo che l’attenzione stava arrivando tutta su di me, potevo cercare una spiegazione altrove. Non saprei nemmeno ricostruire quanto ci credessi davvero e quanto mi servisse in quel momento; ricordo piuttosto una specie di piccolo sotterfugio, un modo un po’ velato per spostare l’attenzione da me e alleggerire la sensazione di aver deluso.
Questa modalità, in forme diverse, è arrivata fino al liceo.
Ripensandoci oggi, mi colpisce quanto presto avessi imparato a cercare una spiegazione dietro a ciò che accadeva. Se facevo bene qualcosa rendevo felici le persone che amavo; quando qualcosa andava storto sembrava invece che bisognasse capire perché fosse successo e dove stesse la responsabilità. Dentro di me, fuori di me, in quello che avevo fatto o nello sguardo di qualcun altro: una spiegazione sembrava dover esserci.
Chissà, forse è anche una delle ragioni per cui oggi cerco le storie dietro alle persone. Mi interessa sapere che cosa è successo prima, da dove può arrivare un certo modo di comportarsi, che cosa una persona sta portando con sé senza saperlo. È ciò che mi affascina della psicogenealogia e che ritrovo anche nel lavoro sui nomi: un nome, apparentemente così personale, può aprire domande che vanno molto più indietro della persona che lo porta.
Forse è proprio questo che cerco oggi quando provo a guardare dietro una persona: capire la storia, molto più che stabilire di chi sia la colpa.
Le cose che impariamo molto presto
Un bambino non ha bisogno di sentirsi dire apertamente che deve comportarsi in un certo modo per essere amato. Gli basta vivere, osservare le reazioni degli adulti e accorgersi, poco alla volta, che alcune cose provocano un sorriso, altre preoccupazione, altre ancora irritazione o orgoglio.
Qualcuno diventa quello bravo a scuola, qualcuno quello che non dà mai problemi, qualcun altro impara a far ridere tutti quando l’aria si fa pesante. C’è il bambino responsabile, quello che aiuta, quello che sembra non avere bisogno di niente e quello che diventa molto bravo a sentire l’atmosfera di una stanza, a capire se è il momento di parlare oppure no, se mamma è nervosa, se papà è preoccupato, se una cosa è meglio chiederla oggi oppure aspettare domani.
Non penso che un bambino faccia tutto questo pensando consapevolmente di guadagnarsi l’amore. Sta trovando il proprio modo di stare dentro la famiglia e impara anche attraverso ciò che accade intorno a lui. Se essere bravo rende orgoglioso qualcuno, se non creare problemi evita una tensione, se occuparsi degli altri gli restituisce attenzione e vicinanza, tutto questo finisce per diventare familiare.
Poi passano gli anni, le circostanze cambiano, ma alcuni di quei modi di stare al mondo crescono insieme a noi.
«Sono fatta così»
Da adulti possono essere diventati qualità vere. La bambina che ha imparato presto a cavarsela può essere una donna indipendente; chi osservava attentamente gli umori degli altri può aver sviluppato una sensibilità particolare verso le persone; chi cercava di fare bene può essere diventato preciso, affidabile, capace nel proprio lavoro.
Non vedo nessun motivo per trasformare automaticamente tutto questo in una ferita. Sarebbe un modo piuttosto povero di guardare una persona e anche la sua storia. Quello che abbiamo vissuto ci lascia fatiche, certo, ma ci consegna anche risorse, capacità, intuizioni e modi di essere che nel tempo sono diventati realmente nostri.
A me interessa soprattutto lo spazio di scelta che abbiamo conservato. Possiamo essere persone disponibili e scoprire che dire di no ci costa moltissimo; possiamo fare bene qualcosa e avere lo sguardo che corre immediatamente verso ciò che avremmo potuto fare meglio; possiamo commettere un errore e trasformarlo, quasi senza accorgercene, in un giudizio su noi stessi. E magari siamo bravissimi a cavarcela da soli, finché arriva il momento in cui avremmo bisogno di chiedere aiuto e scopriamo quanto ci sia difficile farlo.
Certe cose diventano più visibili proprio quando proviamo a comportarci diversamente. Una persona può considerarsi semplicemente generosa finché un no le provoca un senso di colpa spropositato; può amare davvero il proprio lavoro e scoprire che una critica pesa molto più di dieci complimenti; può essere felice di occuparsi degli altri e accorgersi che, quando nessuno ha bisogno di lei, non sa bene dove mettere se stessa.
A quel punto quel «sono fatta così» può meritare un’occhiata un po’ più lunga.
Essere amati o essere visti
Ho pensato molto al titolo di questo articolo, perché “essere amati” dice una cosa vera, ma non dice tutto. C’è anche il bisogno di essere visti, riconosciuti, considerati.
Si può sapere di essere stati amati e ricordare comunque che alcune parti di noi ricevevano più attenzione. Dentro una famiglia un figlio può diventare “quello intelligente”, un altro “quello bello”, “quello sensibile”, “quello forte”, “quello che ci darà soddisfazioni”. A volte sono parole dette con affetto e orgoglio, eppure col tempo possono diventare anche un posto.
Essere sempre stata quella forte può rendere particolarmente difficile ammettere di non farcela. Per quella affidabile, deludere qualcuno può pesare molto più dell’errore commesso. E chi è abituato a sistemare le cose può scoprire che lasciare fare a qualcun altro è tutt’altro che riposante.
Da adulti nessuno ci consegna più una pagella da portare a casa, però gli sguardi che cerchiamo non scompaiono. Cambiano forma. Possono essere quelli di un compagno, dei figli, di un cliente, di un datore di lavoro, delle persone che ci seguono, persino di qualcuno dal quale sosteniamo di non aspettarci più nulla.
Possiamo fare molto più del necessario e chiamarlo senso del dovere, essere sempre disponibili e chiamarlo carattere, non chiedere mai niente e chiamarla indipendenza. Può essere tutto vero e, insieme, può esserci ancora una parte di noi che aspetta di leggere negli occhi di qualcuno: «Hai fatto bene. Sono contento di te».
Non trovo ci sia niente di vergognoso. Il bisogno di essere riconosciuti non sparisce solo perché siamo diventati adulti.
Quando non basta
Più difficile è quello che accade quando quello sguardo non arriva.
Qualcuno non apprezza quello che abbiamo fatto, non ci sceglie, non ci ringrazia. Un lavoro nel quale abbiamo investito moltissimo non dà il risultato sperato. Una persona alla quale abbiamo dato tanto sembra non accorgersene. E può riapparire quella vecchia necessità di capire dove abbiamo sbagliato, che cosa avremmo dovuto fare meglio, perché quello che abbiamo dato non è bastato.
Oppure la spiegazione viene cercata immediatamente fuori: l’altro non ha capito, non ci ha dato la possibilità, ha preferito qualcun altro, non è stato giusto.
Conosco entrambe le strade. In qualche modo le ho imparate presto.
Con gli anni ho cominciato a vedere che fra il prendersi addosso tutto e mettere tutto fuori esiste uno spazio molto più ampio, anche se non sempre è facile starci. Ci sono volte in cui abbiamo una responsabilità ed è giusto riconoscerla; ce ne sono altre in cui abbiamo fatto tutto quello che potevamo e il risultato è stato comunque diverso da quello che desideravamo. Possiamo incontrare un’ingiustizia reale, possiamo aver sbagliato noi, oppure trovarci davanti a qualcuno che semplicemente non ci vede come vorremmo essere visti.
E qualche volta le cose vanno male senza che sia necessario trovare qualcuno da assolvere e qualcuno da condannare.
Per me distinguere la responsabilità dalla colpa rimane un passaggio importante. Mi permette di guardare ciò che mi appartiene senza prendere su di me necessariamente tutta la storia e di riconoscere ciò che appartiene agli altri senza avere bisogno di consegnare loro tutto il peso di quello che è accaduto.
Nell’albero non cominciamo mai da zero
Ciò che mi affascina dell’albero genealogico non sono soltanto gli avvenimenti enormi, quelli che è facile segnare con una data e che magari vengono ricordati per generazioni. Mi interessano anche i fili molto più sottili: il modo in cui una famiglia ha imparato a guardare la vita, ciò che considera importante, quello di cui va fiera e quello che preferisce nascondere.
Ci sono famiglie nelle quali essere forti è quasi un titolo d’onore, famiglie nelle quali contano moltissimo lo studio, il lavoro o la rispettabilità, famiglie dove sacrificarsi per gli altri è considerato naturale. Ci sono storie nelle quali riuscire può aver assunto un valore enorme dopo generazioni di povertà o umiliazioni e altre nelle quali esporsi viene vissuto con diffidenza, perché attirare l’attenzione significa anche attirare il giudizio.
Le cose piccole che attraversano le generazioni
Poi ci sono le cose piccole, quelle che quasi mai compaiono accanto a un nome e a una data: una frase ripetuta, il modo in cui si parla dei soldi, chi viene ammirato e chi criticato, le donne che “hanno sempre fatto tutto”, gli uomini che “non si lamentano”, ciò che si dice di chi ha avuto successo, di chi ha divorziato, di chi se n’è andato e di chi è rimasto. E naturalmente i confronti fra fratelli, cugini e rami diversi della stessa famiglia.
Il bambino ascolta e vive tutto questo molto prima di avere gli strumenti per comprenderlo.
Io non sapevo che cosa ci fosse dietro il rapporto fra mia madre e la famiglia di mio padre, né conoscevo tutto ciò che negli anni poteva essere accaduto da entrambe le parti. Eppure qualcosa di quella storia arrivava fino a me attraverso una frase pronunciata davanti a un compito: «Fai vedere alle tue cugine che sei più brava di loro».
È anche per questo che per me l’albero genealogico non è una raccolta di nomi, date e parentele. L’albero è vivo. Continua nelle frasi che si ripetono, nelle aspettative, nei ruoli, nei valori che diamo per scontati, nei modi in cui guardiamo noi stessi e in quelli attraverso i quali cerchiamo lo sguardo degli altri.
Il nome come porta d’ingresso nell’albero
Nel mio lavoro sono soprattutto i nomi a portarmi dentro queste storie. Un nome che ritorna, che ne richiama un altro o che appartiene a qualcuno che nella famiglia ha occupato un posto importante può condurre verso legami e vicende che altrimenti forse non avremmo pensato di esplorare. Per me il nome è una porta d’ingresso nell’albero, non una risposta già scritta.
Ed è da lì che mi interessa guardare anche ciò che una persona considera semplicemente parte del proprio carattere. Non tanto per trovare una spiegazione genealogica, quanto per vedere se dietro quel «sono sempre stata così» esiste una storia più ampia e se quella storia può aggiungere qualcosa alla comprensione di sé.
E qualche volta, da un dettaglio apparentemente piccolo, comincia ad affiorare una storia molto più grande.
Quando smettiamo di fare quello che abbiamo sempre fatto
Finché continuiamo a occupare il posto che abbiamo sempre avuto, anche chi ci sta intorno sa bene come muoversi. Le cose possono complicarsi quando la persona sempre disponibile comincia a mettere dei limiti, chi ha sostenuto tutti ammette di essere stanco, chi non chiedeva mai niente comincia a chiedere o chi ha passato anni a occuparsi dei bisogni altrui decide di dare spazio anche ai propri.
È spesso allora che arrivano frasi come «Sei cambiata», «Una volta non eri così», «Non ti riconosco più».
Sono frasi che conosco bene e che trovo interessanti anche per ciò che raccontano delle relazioni. Se per anni sono stata quella che risolve, la mia decisione di non risolvere più tutto inevitabilmente coinvolge anche chi si era abituato a quel mio ruolo. Se ho detto sì per anni, il mio no avrà un peso diverso. Ogni equilibrio, anche quello che ci sta diventando stretto, riguarda più persone.
Ed è facile avere voglia di tornare velocemente al proprio posto. Magari ci pesava, ma lo conoscevamo bene; sapevamo che cosa ci si aspettava da noi e sapevamo anche come ottenere riconoscimento lì dentro.
Cambiare quel posto significa attraversare il disagio di non sapere più esattamente come verremo guardati. Se proprio attraverso quel ruolo abbiamo imparato a sentirci utili, importanti, apprezzati o amati, la faccenda può diventare molto più difficile di un semplice «devo imparare a dire di no».
Quello che resta
Non vorrei perdere le qualità che la mia storia mi ha dato. Non vorrei smettere di cercare di fare bene le cose, di prendermi cura delle persone che amo o di provare soddisfazione quando qualcuno apprezza il mio lavoro. E non desidero nemmeno diventare una persona alla quale non importa più dello sguardo degli altri. A me importa.
Sapere da dove possono arrivare certe mie reazioni, però, non significa averle superate. Incontro ancora il senso di colpa, posso svalutarmi quando qualcosa non va come speravo, assumermi pesi che non sono miei, fare fatica a delegare. Posso ritrovarmi a cercare quello che avrei potuto fare meglio prima ancora di concedermi il tempo di vedere quello che ho fatto bene.
Poi riconosco quello che sta succedendo.
Magari ci sono già dentro fino al collo, ho già rimuginato abbastanza o mi sono già caricata di qualcosa che non mi spettava. La consapevolezza non arriva sempre prima a fermarmi sulla porta. A volte arriva dopo, quando quella vecchia strada l’ho già imboccata e la riconosco perché, in fondo, la conosco molto bene.
Credo che conoscere la propria storia serva anche a riconoscere certe vecchie strade quando ci ritroviamo a percorrerle. Averle comprese non le fa sparire: continuano a toccarci, a farci reagire e qualche volta a farci inciampare. Conoscerne la storia, però, può aiutarci a riconoscerle quando tornano.
Guardare quel disegno
Ogni tanto ripenso a quella bambina che portava a casa un compito o mostrava un disegno aspettando di vedere la reazione dei suoi genitori. Non ho nessuna voglia di spiegarle che non avrebbe dovuto cercare quello sguardo. Era una bambina e quello sguardo era importante.
Oggi posso vedere cose che lei non poteva vedere. Posso sapere che la frase di mia madre sulle mie cugine parlava anche di una storia fra adulti che io non conoscevo. Posso accorgermi che sto trasformando un errore in una svalutazione di me o che mi sto caricando, ancora una volta, qualcosa che forse non mi appartiene. Riconoscerlo non significa che non accadrà più. Significa che oggi so che cosa sto guardando.
E ogni tanto posso anche guardare quel disegno prima di cercare dove avrei potuto farlo meglio.
