Per un certo periodo ho pensato che stessi sbagliando il momento.
Poi ho pensato che fosse il messaggio.
Poi la lunghezza del messaggio.
Allora ho accorciato.
Ho aggiunto il link diretto, perché magari uno ha anche tutte le buone intenzioni del mondo, ma se per lasciare una recensione deve cercare il mio studio su Google, trovare la scheda, capire dove cliccare e nel frattempo ricordarsi perché aveva preso in mano il telefono, capisco che le probabilità comincino a precipitare.
Quindi: link diretto.
Niente.
Allora ho specificato che non serviva scrivere un romanzo. Che bastavano poche parole. Anzi, volendo, anche solo le stelle.
Poi sono arrivate le emoji.
Le metto?
Non le metto?
Una stellina è carina. Cinque, però, sembra che stia già suggerendo il voto.
Il cuore è troppo?
La faccina sorridente sembra passivo-aggressiva?
E le foglie?
Perché, naturalmente, da operatrice olistica prima o poi le foglie arrivano.
Troppe foglie? Poche foglie? Una foglia discreta? Niente foglie?
Un fiore?
Quale fiore?
¡Madre mía!
A un certo punto mancava soltanto che compilassi io la recensione, prestando anche il dito.
Eppure la cosa curiosa è che spesso le parole arrivano.
Alla fine di un trattamento. Nel messaggio del giorno dopo. Settimane più tardi, quando mi raccontano che qualcosa è cambiato, che quella seduta ha fatto bene o ha lasciato qualcosa.
Qualche volta prendono la forma di un nuovo appuntamento.
Altre volte di una persona nuova che mi dice: «Mi hanno dato il tuo numero».
Quindi non è necessariamente una questione di soddisfazione.
Ed è qui che la faccenda smette di essere soltanto buffa.
Quando compriamo qualcosa o scegliamo un posto dove mangiare, siamo ormai abituati a lasciare tracce pubbliche della nostra esperienza. Recensiamo il ristorante, l’albergo, un libro, un elettrodomestico. Possiamo raccontare senza troppi problemi che la pizza era ottima, la camera rumorosa o il pacco è arrivato con due giorni di ritardo.
Quando una recensione diventa personale
Quando l’esperienza riguarda qualcosa di più personale, però, cambia tutto.
Dire pubblicamente «sono stato o stata qui» può voler dire anche raccontare, indirettamente, qualcosa di sé.
Non necessariamente qualcosa di intimo. Basta molto meno.
Un trattamento ricevuto in un momento particolare. Un periodo difficile. Il bisogno di fermarsi. Una sensazione che non si sa bene come raccontare. Oppure semplicemente un’esperienza che si preferisce tenere per sé.
E questo lo capisco.
Anzi, credo che faccia parte del mio lavoro rispettare anche quello che una persona non ha nessuna voglia di mettere in piazza.
Però qui vale la pena chiarire una cosa: lasciare una recensione non significa consegnare a Google la propria radiografia.
Non serve raccontare perché si è arrivati da me, che cosa si stava attraversando, che cosa ci siamo detti o altri particolari personali.
Si può scrivere semplicemente com’è stata l’esperienza, nominare il trattamento o la consulenza, dire come ci si è trovati e che impressione ha lasciato l’incontro. Anche poche parole.
Oppure niente parole: ci sono sempre le stelle.
Una specie di like, solo un po’ più utile.
E la propria storia può tranquillamente restare privata.
Perché una recensione per me conta
Nel mio lavoro la fiducia conta parecchio.
Ed è anche per questo che, in fondo, a quelle benedette recensioni ci tengo davvero.
Certo, mi aiutano a farmi conoscere. Chi non è mai entrato nel mio studio può leggere il sito, gli articoli, il modo in cui racconto ciò che faccio.
Ma sono sempre io che parlo di me.
Una recensione rompe, almeno per un momento, questo monologo.
È la voce di chi quella porta l’ha già attraversata.
E c’è un’altra ragione, forse quella a cui tengo di più.
In questi anni ho incontrato tante persone convinte di avere già provato tutto, oppure semplicemente stanche di percorrere sempre la stessa strada senza riuscire a stare meglio.
Quando si rimane a lungo dentro una situazione, si può finire per pensare che quella sia l’unica possibilità.
Io so che possono esisterne altre.
Nel mio lavoro possono essere un trattamento, una consulenza, un percorso, oppure anche soltanto un modo diverso di guardare ciò che si sta vivendo. Non posso sapere in anticipo che cosa farà la differenza per qualcuno, né promettere che la farà.
Ma per prendere in considerazione una strada diversa bisogna prima sapere che quella strada esiste.
Ed è qui che la voce di chi è già passato dal mio studio può fare qualcosa che la mia, da sola, non può fare.
Può arrivare a chi sta leggendo e aprire una possibilità: forse posso provare anch’io a cercare qualcosa di diverso.
Ecco perché ci tengo.
Non alla collezione di stelline.
Alla possibilità che dietro una di quelle stelline qualcuno trovi una porta che, fino a quel momento, non sapeva nemmeno che ci fosse.
E poi c’è Google
Prima di prenotare, soprattutto se non mi conosci, probabilmente mi cerchi. Lo faccio anch’io quando devo scegliere a chi rivolgermi.
Ed eccoci al piccolo cortocircuito: le recensioni ci servono moltissimo quando dobbiamo decidere, ma diventano improvvisamente meno urgenti quando dovremmo essere noi a lasciarle.
La spiegazione, molte volte, credo sia semplicissima.
La vita va avanti.
Esci dallo studio, torni a casa, squilla il telefono, devi preparare cena, arriva un messaggio, domani lavori. Vedi il mio messaggio e pensi: «Dopo lo faccio».
“Dopo” è un luogo meraviglioso.
Ci abitano insieme le recensioni da scrivere, i cassetti da sistemare, le fotografie da stampare, le persone che dobbiamo richiamare e probabilmente anche qualche bolletta e il preventivo del meccanico.
Nel frattempo io, dall’altra parte, posso tranquillamente trasformare quel piccolo silenzio in un’indagine.
Forse dovevo chiederlo subito.
Forse dovevo aspettare.
Forse il messaggio era troppo lungo.
Forse troppo corto.
Forse sembrava impersonale.
Forse dovevo scrivere ogni messaggio da zero.
Forse la foglia.
Sarà stata la foglia.
Poi mi ricordo una cosa abbastanza importante: una recensione è un gesto spontaneo. Posso chiederla, posso rendere tutto semplice, posso spiegare perché per me ha valore.
Ma non posso trasformarla in un esame finale del trattamento.
E soprattutto non posso misurare tutto quello che accade nel mio studio contando le stelline su Google.
C’è chi non ha mai scritto una recensione ed è tornato molte volte.
Chi ha fatto il mio nome.
Chi mi ha detto cose che probabilmente non scriverebbe mai pubblicamente, proprio perché appartengono a uno spazio privato.
Quella fiducia vale.
Solo che Google non lo sa.
Google, poveretto, vede cinque stelline oppure non le vede.
E siccome oggi una parte della reputazione di chi lavora passa inevitabilmente anche da lì, continuerò a chiederle.
Probabilmente continuerò anche a domandarmi se il messaggio sia troppo lungo.
Se sia meglio una stellina o nessuna stellina.
Se il cuore sia eccessivo.
E, temo, continuerò a interrogarmi sulle foglie.
Perciò, se sei passato o passata dal mio studio e a un certo punto hai ricevuto uno dei miei messaggi per chiederti una recensione, adesso conosci il retroscena.
Dietro quelle poche righe c’è stata una quantità di riflessione assolutamente sproporzionata.
E se quella recensione avevi pensato di scriverla “dopo”, nessun problema.
So dove si trova.
È nel cassetto che devi ancora sistemare.
Insieme alle fotografie da stampare.
Comunque, per la cronaca, bastano anche solo le stelle.
⭐
Una.
Di emoji.
Alla fine ho deciso.
