Prima di diventare la Family erano ragazzi e ragazze con vite che, almeno in alcuni casi, non avevano niente di particolarmente straordinario. Studiavano, lavoravano, si innamoravano, litigavano con i genitori, cercavano il proprio posto nel mondo. Mary Brunner aveva una laurea e lavorava nella biblioteca dell’Università di Berkeley. Tex Watson era stato un ottimo studente e atleta in un minuscolo paese del Texas. Susan Atkins aveva cantato nel coro della chiesa. Leslie Van Houten era stata eletta homecoming princess. Dianne Lake aveva quattordici anni quando incontrò Charles Manson.
Oggi di quelle vite precedenti rimane poco nel racconto che conosciamo. Sono diventati “la Family”, un nome collettivo che si porta dietro Manson, gli omicidi dell’agosto 1969, i processi, le fotografie sui giornali e una delle storie criminali più raccontate del Novecento americano.
Quando leggo storie come questa, o mi imbatto in fatti di cronaca particolarmente duri, mi viene quasi subito voglia di sapere che cosa c’era prima. Chi era quella persona, da dove veniva, che famiglia aveva. Prima o poi penso sempre la stessa cosa:
chissà che storia c’è in quell’albero.
È una curiosità che mi prende parecchio. Vorrei andare a cercare genitori, nonni, fratelli, morti, separazioni, assenze; capire che cosa è successo in quella famiglia molto prima dell’avvenimento che ha portato qualcuno davanti ai nostri occhi.
Con la Family di Manson ho fatto quello che mi viene spontaneo fare: sono andata a cercare indietro. Chi erano quei ragazzi prima di incontrarlo? Da quali famiglie provenivano? Che cosa era successo nelle loro vite e, quando è ancora possibile ricostruirlo, come avevano vissuto ciò che era successo?
Quello che sappiamo e quello che non possiamo vedere
Susan Atkins aveva quindici anni quando sua madre morì di cancro. Prima c’erano stati la scuola e il coro della chiesa; dopo arrivarono le difficoltà economiche, un padre che cominciò a bere pesantemente, i trasferimenti e periodi nei quali Susan e il fratello minore dovettero cavarsela da soli. Lei lavorò mentre cercava ancora di studiare e infine lasciò la scuola. A diciannove anni era a San Francisco, dove incontrò Manson.
Charles “Tex” Watson sembra arrivare da tutt’altra parte. Era il più giovane di tre figli, cresciuto con entrambi i genitori a Copeville, un minuscolo paese del Texas. Chiesa, buoni risultati scolastici, sport, una famiglia inserita nella comunità; frequentò anche l’università prima di trasferirsi in California.
A leggerla così, verrebbe quasi da pensare che avesse avuto una buona infanzia, eppure molti anni dopo Watson avrebbe parlato anche delle proprie insicurezze e della paura di fallire. E allora quei dati non bastano più a dirci se Tex stesse bene, se si sentisse adeguato, sicuro di sé o tutt’altro.
Quello che una biografia non racconta
Mary Brunner aveva ventitré anni, una laurea e un lavoro come assistente nella biblioteca dell’Università della California a Berkeley. Viveva autonomamente quando incontrò Manson nel 1967. Lui era appena uscito dal carcere; Mary lo accolse nel proprio appartamento, diventarono amanti e nel giro di poco tempo lei lasciò il lavoro per partire con lui. Nel 1968 nacque il loro figlio, Valentine Michael.
Di Mary possiamo ricostruire abbastanza bene ciò che accadde in quegli anni; molto più difficile è capire come stesse vivendo la sua vita prima di incontrare Manson.
Possiamo sapere che i genitori erano insieme o separati, che qualcuno è morto, che gli studi sono andati bene, che c’erano un lavoro, una casa, una famiglia apparentemente stabile. Ma come ti sentivi tu dentro quella vita?
Mi sentivo sola. Mi sentivo fuori posto. Mi sentivo amata. Mi sentivo un peso. Mi sentivo diversa.
Mi sentivo.
Due persone possono vivere lo stesso avvenimento in modo completamente diverso. Una vita che da fuori sembra tranquilla può essere stata vissuta con una grande solitudine, mentre una famiglia che a noi appare problematica può essere stata sentita, da chi ci viveva, come il posto più sicuro del mondo.
Di Mary sappiamo che aveva studiato, lavorava a Berkeley ed era autonoma; non sappiamo se fosse felice, se si sentisse sola, inquieta, soddisfatta, fuori posto o niente di tutto questo. Senza qualcosa che venga direttamente da lei, non possiamo saperlo.

Leslie Van Houten
Con Leslie Van Houten abbiamo qualcosa in più, perché negli anni ha raccontato anche come visse alcuni avvenimenti della propria adolescenza.
Proveniva da una famiglia della classe media. Chiesa, coro, Camp Fire Girls, scuola; era una ragazza socialmente inserita e venne anche eletta homecoming princess. A quattordici anni i genitori divorziarono.
Molti anni dopo Leslie raccontò di essersi sentita abbandonata dal padre e di avere sviluppato una forte rabbia nei confronti della madre. A diciassette anni rimase incinta e interruppe la gravidanza; avrebbe poi descritto quel periodo parlando anche di un progressivo spegnimento emotivo. Nel frattempo concluse gli studi e conseguì una qualifica come segretaria legale.
Da fuori vediamo una ragazza che, nonostante tutto, va avanti con la propria vita; lei racconterà anche rabbia, abbandono e un forte bisogno di accettazione. Quando conosciamo già il finale, però, viene facilissimo tornare indietro e leggere tutto quello che è successo prima alla luce di quello che sappiamo dopo.
Lynette, fuori di casa
Lynette “Squeaky” Fromme aveva alle spalle una famiglia che, riassunta in poche righe, non farebbe pensare necessariamente a una ragazza che di lì a poco avrebbe incontrato Charles Manson.
Il padre era un ingegnere aeronautico, la madre casalinga. Lynette andava bene a scuola, danzava, scriveva poesie e da bambina fece parte di un gruppo che arrivò a esibirsi anche in televisione.
Con il padre il rapporto divenne molto difficile. Fromme avrebbe raccontato che lui la escluse emotivamente dalla propria vita già durante l’adolescenza e che, a diciotto anni, dopo essere stata cacciata di casa, era seduta a piangere quando incontrò Manson.
Mi piacerebbe sapere come visse quell’incontro. Aveva diciotto anni, era appena stata cacciata di casa e Manson si fermò a parlarle mentre stava piangendo.
Catherine cercava una famiglia
Catherine Share è probabilmente la storia davanti alla quale avrei più voglia di stendere un albero sul tavolo.
Nacque in Francia durante la Seconda guerra mondiale e perse i genitori biologici quando era piccolissima. Fu adottata e crebbe negli Stati Uniti. A sedici anni perse anche la madre adottiva, morta suicida dopo essersi ammalata di cancro.
Molti anni dopo, raccontando il proprio ingresso nella Family, Catherine disse di essere stata orfana, di avere desiderato una famiglia per tutta la vita e di avere avuto la sensazione di averla finalmente trovata in quel gruppo.
Vorrei sapere chi erano i suoi genitori biologici, da quali famiglie provenivano, quali perdite c’erano state prima di lei, chi era rimasto e chi era scomparso. Non so che cosa troverei, ma se una donna mi dice di avere cercato una famiglia per tutta la vita, io da lì voglio partire.
Dianne aveva quattordici anni
I genitori di Dianne Lake avevano già abbandonato la vita suburbana convenzionale per avvicinarsi alla controcultura; comunità alternative e sostanze psichedeliche facevano quindi parte del mondo nel quale era cresciuta.
Quando incontrò Manson aveva appena quattordici anni.
Molto tempo dopo raccontò che lui la faceva sentire speciale, particolarmente amata, e che all’inizio la vita del gruppo le sembrava affettuosa, libera, persino giocosa.
Noi sappiamo che cosa succederà in seguito perché conosciamo già Manson e la Family. Dianne, a quattordici anni, stava vivendo tutt’altro: un uomo che la faceva sentire speciale e un gruppo nel quale si sentiva accolta.

Patricia: «Sei bella»
Patricia Krenwinkel aveva diciannove anni quando conobbe Manson. Era cresciuta a Los Angeles e aveva sofferto molto per il proprio aspetto e per le prese in giro. Ricordò successivamente che Manson fu il primo uomo a dirle che era bella.
Può sembrare poco, ma a una ragazza che per anni si è sentita poco desiderabile forse non lo è per niente.
Intorno a quell’uomo Patricia trova anche altre persone, musica, sesso, viaggi, droghe, libertà dalle convenzioni e una forte sensazione di appartenenza. Noi sappiamo chi era Manson; Patricia, quando lo conobbe, sapeva che quell’uomo le aveva detto che era bella e che con lui si sentiva accolta.

Come si arriva a considerare normale qualcosa che prima non lo era?
In un gruppo molto coeso possono entrare in gioco il bisogno di appartenenza, il conformismo, l’identificazione, la persuasione, la pressione degli altri, l’isolamento, la paura di perdere il gruppo e il bisogno della sua approvazione. Nella Family c’erano anche l’uso intenso di LSD e una visione del mondo sempre più costruita intorno a Manson.
Se trascorri quasi tutto il tuo tempo con le stesse persone, condividi linguaggio, regole e convinzioni e progressivamente ti fidi soprattutto del loro modo di leggere la realtà, ciò che fino a qualche tempo prima ti sarebbe sembrato inaccettabile può cominciare a sembrarlo meno. Non succede necessariamente tutto insieme; possono essere tanti piccoli passaggi, uno dopo l’altro.
Paul e il dubbio
Paul Watkins entrò nella Family nel 1968. Proveniva da quella che descrisse come una normale famiglia americana cristiana della classe media, aveva studiato la Bibbia, partecipato ad attività religiose ed era stato rappresentante degli studenti. Negli ultimi anni della scuola arrivarono marijuana, sostanze psichedeliche, l’abbandono degli studi e una ricerca che lui stesso avrebbe definito di illuminazione e verità.
Con Manson trovò qualcosa che sembrava rispondere a quella ricerca.
Durante il processo Watkins raccontò che i dubbi gli venivano, ma tendeva a reprimerli perché non erano compatibili con l’essere un buon membro della Family. Quando cominciò a trascorrere più tempo lontano da Manson e a confrontarsi con persone esterne al gruppo, tornò progressivamente a dare spazio a quei dubbi. Alla fine se ne andò e testimoniò contro di lui.
Anche Linda Kasabian se ne andò. I suoi genitori si erano separati, il padre era lontano, il rapporto con il patrigno era difficile e lei aveva lasciato presto casa e scuola. Arrivò allo Spahn Ranch nell’estate del 1969 e rimase nella Family relativamente poco.
Il fatto che alcuni siano rimasti e altri no mi interessa parecchio. Vorrei capire che cosa faceva la differenza, che cosa permetteva a qualcuno di cominciare a staccarsi e tornare a fidarsi di ciò che pensava o sentiva. Ci torneremo nella seconda parte.
Il sentito dentro l’albero
Quando guardo un albero genealogico, gli avvenimenti da soli non mi bastano.
Posso segnare una morte, un divorzio, un abbandono, una nascita, un’adozione. Posso osservare chi viene prima e chi dopo, cercare ripetizioni, esclusioni, appartenenze, date, nomi, ruoli e vicende che attraversano più generazioni. Poi c’è la persona che quella storia l’ha vissuta.
Due fratelli possono essere cresciuti nella stessa casa e raccontarmi due famiglie quasi irriconoscibili l’una dall’altra. Lo stesso padre può essere stato vissuto come protettivo da uno e soffocante dall’altro, così come una separazione può essere stata una liberazione per qualcuno e un abbandono per qualcun altro. Il fatto può essere lo stesso, il sentito no.
Nella lettura psicogenealogica entra anche il sistema di sopravvivenza dell’albero. L’albero tende a conservare equilibri, appartenenze, ruoli e modalità che gli hanno permesso di andare avanti e, quando qualcuno cerca di cambiare qualcosa, può opporre resistenza.
Quando ricostruisco una storia familiare voglio quindi sapere che cosa è successo, ma ho bisogno anche di capire come quella persona lo ha vissuto.
Vorrei poter chiedere a Mary Brunner come si sentiva nella propria vita prima di Manson, a Tex Watson che cosa stesse cercando quando lasciò il Texas per la California, a Susan Atkins che cosa fosse diventata per lei la parola “famiglia” dopo la morte della madre. Catherine Share, invece, una risposta ce l’ha lasciata: cercava una famiglia.
Family
Dentro quel gruppo arrivarono persone con storie molto diverse. Alcune avevano attraversato perdite enormi, altre conflitti, separazioni o solitudine; di altre conosciamo una vita che dall’esterno appare più lineare e soltanto qualche frammento di come la vivevano.
E probabilmente non cercavano tutti la stessa cosa. Per qualcuno poteva essere una famiglia, per qualcun altro la sensazione di essere finalmente visto; potevano esserci libertà, spiritualità, sesso, avventura, identità, ribellione, amore o semplicemente un posto nel mondo.
Dopo aver letto le loro storie, la domanda «che tipo di persona entra in una setta?» mi interessa ancora meno di prima. Mi interessa sapere chi era quella persona in quel momento della sua vita, come si sentiva, che cosa cercava e che cosa aveva trovato lì dentro da decidere di restare.
Prima degli omicidi, dei processi e delle fotografie sui giornali c’erano ragazzi e ragazze con vite molto diverse che, per ragioni altrettanto diverse, avevano trovato qualcosa nella stessa comunità.
Molto tempo prima di diventare una prigione, quella Family era sembrata una casa.
Fonti e approfondimenti
- California Court of Appeal, In re Van Houten (2023) e documentazione ufficiale dello Stato della California relativa alle decisioni sulla libertà condizionale di Leslie Van Houten.
- Los Angeles Times, archivio e ricostruzioni biografiche dedicate a Susan Atkins e ai membri della Manson Family.
- ABC News, intervista a Dianne Lake, Woman recalls falling for Charles Manson at age 14: “He made you feel really special” (2017).
- Manson: The Women (Oxygen, 2019), testimonianze di Catherine Share, Dianne Lake, Lynette Fromme e Sandra Good.
- TIME, archivio storico, Trials: Life with Father (1970), testimonianza di Lynette Fromme.
- Testimonianza di Paul Watkins nel processo People v. Manson (1970).
- American Psychological Association, materiali e approfondimenti su influenza sociale, conformismo, pressione del gruppo e dinamiche di gruppo.
Crediti immagini
Le immagini che accompagnano questo articolo sono state appositamente ricreate per esigenze narrative, ispirandosi all’epoca, ai luoghi e alle atmosfere raccontate.
