Sono un’operatrice olistica. E qualche volta mi girano i balloons.

Ecco, l’ho detto.

Lo so, forse avrei dovuto scrivere che attraverso un’attenta pratica di presenza accolgo ciò che emerge, respiro profondamente e lascio fluire.

Però qualche volta non fluisce proprio niente.

Qualche volta mi girano i balloons.

E credo sia arrivato il momento di dirlo, perché ogni tanto ho l’impressione che intorno al mondo olistico, spirituale e della crescita personale si sia creata una specie di dress code emotivo. Puoi avere un brutto momento, certo, purché tu lo attraversi con grazia. Puoi arrabbiarti, possibilmente per pochi minuti e traendone subito un insegnamento. Puoi essere stanca, purché tu riconosca prontamente che l’Universo ti sta invitando a rallentare.

A volte, invece, sei semplicemente stanca.

A volte qualcuno si comporta in un modo che metterebbe alla prova anche un monaco tibetano.

A volte una situazione è ingiusta.

A volte hai sopportato troppo.

E a volte, zio pera, ti girano i balloons.

Lavoro su me stessa da molti anni. Continuo a farlo, perché credo profondamente nel valore della consapevolezza, nell’ascolto, nella responsabilità personale e nella possibilità di conoscerci sempre un po’ meglio. Eppure tutto questo lavoro non mi ha trasformata in una creatura perennemente centrata che profuma di incenso e risponde a ogni provocazione con un sorriso comprensivo.

Per fortuna, aggiungerei.

Perché comincio a pensare che una certa idea di evoluzione personale rischi di assomigliare parecchio alla vecchia abitudine di reprimere quello che sentiamo, soltanto vestita meglio.

Prima ci dicevano: “Non arrabbiarti”.

Adesso rischiamo di dirci: “Osserva la tua rabbia, ringraziala, lasciala andare”.

Cambia il vocabolario. A volte il risultato è lo stesso: quella rabbia vorremmo farla sparire il più velocemente possibile perché ci mette a disagio.

Quando anche la spiritualità diventa un nascondiglio

Esiste persino un termine, spiritual bypassing, usato per descrivere la tendenza a servirsi di idee, convinzioni o pratiche spirituali per evitare di entrare davvero in contatto con parti psicologiche dolorose o scomode.

E questa cosa mi interessa molto, perché può essere sottile.

Possiamo meditare per stare con quello che sentiamo oppure per non sentirlo. Possiamo parlare di perdono perché qualcosa dentro di noi è davvero maturato oppure perché essere arrabbiati ci sembra poco evoluto. Possiamo cercare il significato profondo di un’esperienza e saltare completamente il passaggio in cui ammettiamo che quella cosa ci ha feriti, delusi o fatti arrabbiare.

Possiamo persino diventare bravissimi a spiegare spiritualmente ciò che proviamo senza averlo mai veramente attraversato.

Ed è qui che, secondo me, qualcosa si inceppa.

Perché la rabbia fa parte del nostro corredo emotivo. Arriva quando percepiamo un limite superato, un’ingiustizia, un ostacolo, una minaccia, una frustrazione. Può essere sproporzionata, può portarci fuori strada, può avere radici molto più antiche della situazione che l’ha accesa. Proprio per questo vale la pena ascoltarla.

Sentire rabbia e scaricare rabbia addosso a qualcuno sono due cose diverse.

Posso essere furiosa e scegliere di non insultarti. Posso accorgermi che sto per esplodere e prendermi tempo. Posso chiedermi perché una frase apparentemente innocua mi abbia fatto venire voglia di lanciare il telefono dalla finestra. Posso anche scoprire, dopo averci guardato dentro, che avevo tutte le ragioni per essere arrabbiata.

La consapevolezza entra qui: nello spazio fra ciò che sento e ciò che decido di farne.

Pretendere di non sentire più certe emozioni perché abbiamo lavorato tanto su noi stessi mi sembra invece un obiettivo piuttosto bizzarro. Sarebbe come fare anni di palestra per diventare bravissimi a non usare un muscolo.

Quelli che “non si arrabbiano mai”

Poi ci sono le persone educate.

Quelle accomodanti. Quelle che capiscono sempre le ragioni degli altri. Quelle che prima di dire “questa cosa mi ha ferito” hanno già preparato un dossier di centoventi pagine sulle attenuanti dell’altro.

Le conosco bene.

E qualche volta mi ci riconosco molto bene.

Ci sono persone che hanno imparato presto che essere buone, disponibili, ragionevoli e poco problematiche rendeva la vita più semplice. Dire di sì evitava tensioni. Lasciar perdere manteneva la pace. Arrabbiarsi complicava tutto. Dire “no” poteva provocare musi lunghi, sensi di colpa, silenzi, accuse, discussioni.

Così diventiamo bravissimi a sopportare.

Sopportiamo una volta, due, dieci. Spieghiamo. Comprendiamo. Giustifichiamo. Cerchiamo di vedere la situazione da tutti i punti di vista, compreso quello del postino che passava per caso.

Poi un giorno qualcuno lascia un cucchiaino nel lavandino e vorremmo chiedere il divorzio, cambiare continente e assumere un sicario.

Il cucchiaino, poverino, ha responsabilità limitate.

Dietro possono esserci cento “va bene” pronunciati quando andava malissimo.

E in famiglia, chi poteva arrabbiarsi?

Qui per me diventa interessante anche la prospettiva psicogenealogica.

Quando lavoro sulle storie familiari, una delle domande che trovo più utili riguarda proprio il diritto alle emozioni: chi poteva arrabbiarsi in quella famiglia?

Perché non sempre il divieto era uguale per tutti.

Magari il padre poteva sbattere una porta e la figlia doveva essere comprensiva. La madre poteva offendersi e tenere il muso per tre giorni, mentre dire “questa cosa non mi sta bene” diventava una mancanza di rispetto. Oppure in casa il conflitto era talmente temuto che tutti avevano imparato a camminare sulle uova.

A volte il messaggio passa attraverso le parole. Altre volte nessuno dice niente e lo impari lo stesso.

Impari che una brava figlia non risponde. Che una brava moglie tiene insieme. Che una brava madre sopporta. Che una persona buona comprende. Che chi ama davvero perdona. Che dire di no ferisce gli altri. Che mettere un confine significa essere egoisti.

Dentro una lettura psicogenealogica possiamo anche chiederci se questo modo di stare al mondo abbia una storia più lunga della nostra: quali donne potevano permettersi di protestare? Chi pagava il prezzo del dissenso? Chi doveva tacere per mantenere un equilibrio familiare? Chi aveva il diritto di scegliere e chi doveva adattarsi?

Sono domande, ed è esattamente così che mi interessa usarle. Non abbiamo bisogno di costruire l’ennesima gabbia in cui ogni nostra arrabbiatura deriva automaticamente dalla bisnonna Ernesta nel 1912.

Però certe ripetizioni meritano attenzione.

Soprattutto quando ci accorgiamo che sappiamo difendere magnificamente i confini di tutti tranne i nostri.

La sindrome dell’operatore olistico illuminato

E poi arriviamo a noi.

Chi lavora nel benessere, nell’ascolto, nella relazione d’aiuto rischia di sentire ancora più forte questa aspettativa. Se insegni presenza devi essere presente. Se parli di consapevolezza devi essere consapevole. Se lavori con le emozioni dovresti gestire perfettamente le tue.

Possibilmente sempre.

Alle 8.30 del lunedì mattina.

Dopo una notte da dimenticare.

Con qualcuno che ti ha appena fatto perdere la pazienza.

E magari mentre il computer decide che proprio oggi è il giorno perfetto per smettere di collaborare.

A quel punto dovresti respirare nel cuore.

Io qualche volta respiro nel cuore.

Qualche volta dico “zio pera”.

Le due cose, incredibilmente, possono convivere.

Mi interessa molto di più una persona capace di riconoscere la propria rabbia rispetto a qualcuno impegnato a interpretare ventiquattr’ore al giorno la parte dell’essere umano evoluto.

Perché anche la spiritualità può diventare un personaggio. Quello che comprende tutto, perdona tutto, accoglie tutto, vede lezioni ovunque e sembra aver definitivamente trasceso la voglia di mandare qualcuno a quel paese.

Io quel personaggio non lo voglio interpretare.

Voglio continuare a lavorare su di me proprio perché desidero essere sempre più capace di riconoscere ciò che provo, compresa la roba scomoda. Voglio accorgermi quando la mia rabbia appartiene davvero a ciò che sta accadendo e quando una situazione presente ha semplicemente infilato il dito in una ferita vecchia. Voglio imparare a esprimerla senza trasformarla in un’arma. Voglio anche poter dire, quando serve: questa cosa mi ha stancata, questo limite è stato superato, questo comportamento mi fa arrabbiare, qui la risposta è no.

E qualche volta voglio poter pensare “ma vaffa” senza convocare immediatamente il mio Sé Superiore per una riunione d’emergenza.

Forse essere centrati significa anche questo

Negli anni ho capito che essere centrata, per me, ha sempre meno a che fare con l’immagine di una persona imperturbabile.

Mi interessa sapere dove sono.

Se sono serena, sono serena. Se sono triste, sono triste. Se sono arrabbiata, parto da lì.

Poi posso respirare, riflettere, aspettare prima di parlare, cercare ciò che quella rabbia sta toccando. Posso cambiare prospettiva. Posso perfino scoprire che avevo preso una cantonata clamorosa e farmi una risata.

Ma prima devo esserci.

Con tutto.

Anche con le parti meno instagrammabili.

Forse abbiamo bisogno di un mondo olistico un po’ meno patinato e un po’ più umano. Dove si possa parlare di meditazione e anche ammettere che quella mattina meditare non ci è servito a diventare Buddha. Dove una persona possa fare un percorso profondo e continuare ad avere giornate storte, pensieri poco nobili, contraddizioni e limiti. Dove consapevolezza non significhi sterilizzare il carattere.

Io continuerò a essere gentile, educata e rispettosa perché mi appartiene.

Continuerò a cercare di capire prima di giudicare, a lavorare su quello che mi tocca, a farmi domande e a prendermi la responsabilità di ciò che faccio con le mie emozioni.

E continuerò anche ad arrabbiarmi.

Perché sono un’operatrice olistica.

Sono una persona.

E qualche volta mi girano i balloons.

Direi che possiamo sopravvivere tutti.

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