A volte quel mondo mi manca.

Mi manca proprio come può mancare un luogo nel quale siamo stati bene e nel quale vorremmo tornare. Solo che non posso prendere la macchina e andarci. Posso aspettare la notte.

Ci sono sere in cui vado a letto con il desiderio di sentirlo di nuovo vicino. Prima di addormentarmi chiedo un segno, chiedo che qualcosa si manifesti. Altre volte ho bisogno di capire qualcosa e chiedo che mi venga mostrato.

E poi ci sono le sere in cui il mio livello di spiritualità è più o meno questo: stanotte, per favore, anche no. Ho voglia di niente. Domani, semmai.

Quando la vita mi sta già mettendo abbastanza alla prova non ho necessariamente voglia di passare anche la notte a viaggiare, cercare, affrontare situazioni, incontrare gente e svegliarmi al mattino con la sensazione di avere fatto gli straordinari. Perché il mondo dei sogni per me è un luogo meraviglioso, ma non necessariamente tranquillo. Un gran casino onirico-spirituale, insomma.

E io lì mi sento a casa.

Nave in mare di notte illuminata dalla luna, dipinto di Ivan Aivazovsky
Ship by Moonlight, Ivan Aivazovsky, XIX secolo. Public Domain.

Ci sono notti in cui viaggio tantissimo. Devo raggiungere posti, fare cose, cercare, affrontare situazioni che a volte sembrano vere e proprie prove. Spesso ci sono altre presenze intorno a me. Alcune rimangono più in disparte, magari mi parlano, ma il centro di quello che sta succedendo sono io e ciò che sto vivendo. Altre volte interagisco completamente con chi incontro: parliamo, ci muoviamo, facciamo cose insieme e, mentre sono lì, tutto questo mi sembra assolutamente normale.

Non sempre so chi siano. Può capitare che sappia benissimo di non conoscere quelle persone nella mia vita di tutti i giorni, oppure che nel sogno io sappia perfettamente con chi sono e al risveglio quella certezza cominci già a sfaldarsi. Rimane una sensazione, magari molto precisa, mentre il resto diventa confuso.

Qualche volta torno su quello che ho sognato, soprattutto quando continua a ronzarmi in testa un’immagine, una frase, un luogo, un particolare apparentemente insignificante. Mi chiedo se possa esserci un simbolo, un segno, qualcosa che ancora non ho compreso, ma con il tempo ho smesso di pretendere di riportare indietro tutto.

Se qualcosa mi servirà, arriverà quando serve. Potrebbe tornare in un altro sogno oppure diventare chiaro fra mesi o anni, quando un pezzo della mia vita farà combaciare anche quello. Potrei persino non accorgermene e alcune cose, semplicemente, potrei non capirle mai. Magari non mi servono in questa vita. Ne riparleremo nella prossima.

Certo è che svegliarsi e chiedersi che cosa caspita volesse dire un sogno è qualcosa che facciamo da parecchio tempo.

Donna addormentata con una creatura dell'incubo, incisione Cochemare del 1810
Cochemare, J. P. Simon, 1810. Wellcome Collection, Public Domain.

Nell’antico Egitto, più di tremila anni fa, i sogni venivano già raccolti e interpretati. Nel Papiro Chester Beatty III, oggi conservato al British Museum, ne troviamo molti, considerati favorevoli o sfavorevoli e accompagnati da ciò che potevano significare.

In Grecia si arrivava persino a cercare il sogno intenzionalmente. Nei santuari di Asclepio si praticava l’incubazione, legata soprattutto alla guarigione: si dormiva nel luogo sacro aspettando che proprio attraverso il sogno arrivasse la presenza o l’indicazione del dio.

Per gli Haudenosaunee del Nord America i sogni potevano invece essere raccontati e condivisi e avere un significato che entrava anche nella vita della comunità.

Mi piace immaginare tutte queste persone, separate da secoli e migliaia di chilometri, che al risveglio cercavano di ricordare dove fossero state durante la notte. Cambiavano gli dèi, le credenze, i simboli e il modo di interpretarli, ma quella sensazione che durante il sonno fosse successo qualcosa attraversava mondi molto diversi.

Stanza vuota illuminata dalla luce della luna, dipinto di Vilhelm Hammershøi
Moonlight, Strandgade 30, Vilhelm Hammershøi, 1900–1906. The Metropolitan Museum of Art, Public Domain.

Forse per me la differenza tra quel mondo e questo non è nemmeno così netta.

Ogni tanto sono sola in una stanza e sento cambiare il respiro dell’aria intorno a me. Diventa quasi più densa. Non vedo niente, eppure percepisco chiaramente che qualcosa è lì, attorno a me, e in quei momenti ho sempre la stessa impressione: manca tanto così.

Ancora un attimo e lo vedo. Ancora un attimo e capisco.

Fuff. Andata.

E questa cosa, invece di farmi passare la voglia, probabilmente me ne fa venire ancora di più. Perché nel sogno quel “tanto così” a volte sembra sparire. Posso trovarmi altrove, incontrare qualcuno, parlare, vivere situazioni assurde senza trovarle affatto assurde e, almeno finché dormo, non ho bisogno di stabilire dove finisca una cosa e dove ne cominci un’altra.

Poi possiamo chiamare tutto questo come vogliamo e ciascuno troverà la propria spiegazione. Potrebbero essere proiezioni, un modo per prendere fiato da quello che ci pesa addosso o da ciò che non vogliamo vedere, oppure potrebbe esserci davvero qualcosa oltre quello che conosciamo. Anche se qualche volta fosse solo evasione, ben venga.

Forse è anche per questo che, quando la vita si fa pesante, quel mondo mi manca di più.

Ci sono stati momenti in cui mi sono sentita molto sola e so che ce ne saranno altri. Sentirsi soli, però, non significa necessariamente esserlo e io questa differenza la sento profondamente.

Forse perché ogni tanto l’aria cambia. Forse perché di notte vado in posti che al mattino non riesco nemmeno a ricordare bene.

O forse perché, in mezzo a tutto questo salpare e approdare, continuo ad avere una certezza molto semplice: non siamo mai soli.

Anche quando sembra esattamente il contrario.

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